Reddito fisso

Le alternative al Btp? Con fondi ed Etf corporate bond europei e americani

Fino al 10% del portafoglio può andare su strategie con sottostanti obbligazioni societarie europee e americane meno ancorate ai tassi d’interesse

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Per chi nel suo portafoglio ha già una quota di Btp, nel rispetto di quella regola aurea che è la diversificazione, gli esperti suggeriscono di privilegiare, con Etf e fondi e alla luce di rendimenti futuri presumibilmente inferiori, in prodotti che investono sul settore di curva medio-lungo. «Questi possono offrire rendimenti più elevati per un maggiore lasso di tempo nel futuro e non necessariamente focalizzati solo sui titoli governativi - spiega Vittorio Fumagalli di Decalia -. Per esempio i corporates europei con buoni fondamentali e merito di credito elevato ( investment grade) offrono differenziali di rendimento aggiuntivi rispetto ai titoli di Stato ancora interessanti, seppur storicamente piuttosto bassi; inoltre, le percentuali di fallimento societarie sono basse e per ora destinate a rimanere tali, ciò potrebbe spingere il nostro investitore anche a diversificare in una percentuale tra 5 e 10% del suo portafoglio obbligazionario su Etf e fondi che si occupano di obbligazioni High Yield, con meriti di credito inferiori e rendimenti superiori» . In questo caso il suggerimento è quello di stare sulla parte breve della curva con gli Short Term High Yield. Sulla stessa linea Alessandro Aspesi, responsabile per l’Italia di PGIM Investments, che suggerisce in questa fase di adottare nel mondo obbligazionario strategie relative value. «Questo significa evitare di esporsi a strumenti come Btp che hanno un rendimento a scadenza, legato all’andamento dei tassi, ma puntare ad un rendimento assoluto che può arrivare da titoli corporate europei investment grade e obbligazioni societarie Usa hight yield che per altro in questo momento sfruttano il favore di un mercato in cui c’è più domanda che offerta».

Copertura per ridurre il rischio valutario

Su un livello di rischio più alto, volendo esplorare il mondo delle obbligazioni dei Paesi Emergenti, un’altra strategia che suggerisce Aspesi è quella “barbell” . «Si combinano i titoli governativi di Paesi a basso rischio (vedi ad esempio gli Emirati Arabi) con quelli di Paesi dell’area Latino America dai rendimenti più alti ma più rischiosi, di norma espressi in dollari Usa ed in misura minore nelle valute locali». Una volta valutata la capacità di rischio nel sopportare questi strumenti, tuttavia in questo momento con un dollaro forte è doveroso ridurre il rischio cambio. «E’ decisiva una copertura che metta al riparo dal cambio. Questa può costare circa 1,5% in termini di performance - sottolinea Aspesi - ma a fronte di un rendimento del 4,5% ne vale la pena perchè si porta a casa un 3% netto».

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Cat bond

Fumagalli mette in evidenza anche l’ alternativa dei Cat Bonds (Catastrophes Bonds). Anche in questo caso da farsi esclusivamente con fondi non solo per diversificare il rischio legato a questi strumenti, ma anche in quanto non acquistabili sul mercato dai singoli investitori. Ce ne sono con classi di investimento espresse in Euro mentre il primo Etf a tema uscirà solo prossimamente. «Sono obbligazioni a tasso variabile - precisa Fumagalli - emesse da compagnie assicurative per trasferire il rischio di eventi catastrofici (uragani, terremoti, incendi) ad un più ampio mercato; offrono rendimenti elevati e ben superiori rispetto alle obbligazioni tradizionali (mediamente tra il 12 ed il 15% circa) per compensare il rischio che comportano ma offrono una vera diversificazione in quanto questo tipo di rischio non è legato all’andamento dei tassi ma a variabili di tipo ambientale».

I rischi nel mondo dei bond

In generale, ad eccezione dei Cat Bonds, il rischio maggiore a cui l’investitore andrebbe incontro nel corso del 2025, è principalmente dato da una rapida ed imprevista ripresa delle pressioni inflazionistiche, sulla scia dei dati economici statunitensi più aggressivi e delle politiche tariffarie di Trump, oppure su una meno probabile decisa ripresa delle economie europee con la conseguenza di un rialzo dei tassi di mercato e di un ampliamento degli spreads creditizi delle emissioni societarie. «Scenario questo, identico, a quello che abbiamo visto tra metà dicembre 24 e metà gennaio 25, poi rientrato - conclude Fumagalli - . Da non trascurare, poi, possibili preoccupazioni dal lato dell’offerta, sul debito di alcuni Paesi europei come la Francia, che potrebbero estendersi ad altri emittenti e non solo statali»

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