Le sfilate di Parigi/5

Le amazzoni di Hermès, le sculture liriche di Comme des Garçons

In passerella la Londra notturna, ma che non conquista, di Alexander McQueen. Watanabe cubista, gli abiti vissuti di Ann Demeulemeester

Hermès AI 25-26

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La moda concettuale è ancora valida o in quest’epoca di esibizionismo da social media ha perso di significato diventando la scelta di quanti si vestono solo per attirare attenzioni? Rei Kawakubo ha smesso da tempo di fare abiti con Comme des Garçons - la proposta in passerella: al di fuori di questa il suo mondo è molto vario - optando invece per qualcosa di fortemente scultoreo, intensamente lirico e profondamente toccante, seppur non indossabile. I suoi vestiti astrusi intrappolano il corpo, lo modellano in forme ultraterrene che occupano molto spazio, trasmettendo nel contempo il suo pensiero sul mondo che ci circonda.

COMME des GARÇONS, la collezione per l’AI 25-26

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«Più piccolo è più forte», è come riassume questa nuova prova, che, accompagnata dal canto di contadine bulgare, rimpicciolisce il corpo seppellendolo sotto moltiplicazioni di capi e toni di rosso e rosa. «Sono stanca di questa voglia di globalizzare, di conquistare il mondo. Penso che le piccole cose che spesso passano inosservate siano le migliori». Affermazione tempestiva e necessaria, ma difficile da vedere negli abiti. Sarebbe bello che questo pensiero si traducesse in cose da indossare per davvero.

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Junya Watanabe pensa al cubismo: Picasso e Braque, il loro modo di guardare gli oggetti attraverso prospettive multiple che offrono punti di vista simultanei - un antenato geometrico della decostruzione, a voler forzare . «Sono affascinato dall’idea di qualcosa che non sia realistico», commenta. Da sempre interessato ai classici - il perfecto, il trench, il bomber, il vestito di velluto con colletto bianco - Watanabe li guarda adesso attraverso un filtro prismatico, e con abilità tecnica sopraffina realizza intricate costruzioni sfaccettate, enormi estrusioni come punte sporgenti. Per smorzare i toni concettuali, il tutto è trasformato in un look rock con pantaloni a zampa e stivali da cowboy, e servito come colonna sonora di Jimi Hendrix.

Da Noir l’atmosfera è fluorescente. «Ho lavorato con uno speciale pigmento riflettente per creare una sorta di magia», dice Kei Ninomiya. Lo show, con i colori lisergici e le texture spugnose o spinose che ricordano le creature delle profondità marine, è una gioia per gli occhi; il tono ludico e infantile è evidenziato dalla silhouette con gonne ampie e grosse scarpe da ginnastica metalliche, per non parlare dei fiocchi e dei copricapi ondulati.

Hermes, la collezione per l’AI 25-26

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La sfilata di Hermès si apre con una minigonna di pelle nera che riecheggia la sagoma di una sella, indossata con stivali equestri ma appuntiti, e si chiude con un abito di velluto attillato che rivela generose quantità di pelle attraverso cerniere strategicamente posizionate. Altro che borghesia! «Ho pensato a un’amazzone, una donna guerriera», dice Nadège Vanhee, direttrice creativa. È una proposta accattivante, accompagnata da un interessante ma non ovvio accento sul sexy e sul fetish, entrambi corollari dell’equitazione, il cui portato iconografico è diviso, da sempre, tra alta classe e perversione. Il sex appeal sfacciato di Ludovic de Saint-Sernin è del genere stereotipato; reggiseni e gonne a tubino, calze autoreggenti, lattice e cappotti. Nulla di esaltante.

Da Ann Demeulemeester tutto è intensamente stratificato, gli orli sono vivi, il nero è bruciato dal sole, tra rocker e Georgia O’Keeffe. Stefano Gallici continua a osservare il mondo fosco di Demeulemeester attraverso il suo sguardo intriso di musica indie e amore per gli abiti con una vita intensamente vissuta.

Londra di notte e il dandismo sono il tema scelto da Seán McGirr per la terza prova da Alexander McQueen, contrapposizione di tailoring affilato e flou aereo, di animalità selvaggia e decorazione preziosa. Si percepisce lo studio attento, ma scolastico, del Lee McQueen storicistico, mentre l’interpretazione edoardiana del dandy, con il nero luttuoso, i volant al collo e le marsine è alquanto ovvia. Insomma, è un McQueen senza grande nerbo, sciapo, privo di personalità, che poco o nulla convince, perché una maison con questa eredità non può in alcun modo essere generica o blanda.

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