Autonomia differenziata

Le aree interne e il rischio di una eterna marginalità

Nell’Italia dei divari, il dibattito sull’autonomia differenziata ha lasciato finora in sordina la questione aree interne

di Luisa Corazza

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Nell’Italia dei divari, il dibattito sull’autonomia differenziata ha lasciato finora in sordina la questione aree interne: in pochi si sono interrogati sugli effetti dell’approvazione del ddl Calderoli sulle aree marginalizzate del nostro Paese (in questo scarno panorama, si segnalano le preoccupazioni del Forum dei vescovi delle aree interne). Che impatto avrà sulle aree interne potenziare l’autonomia delle regioni in attuazione del terzo comma dell’art. 116 Cost.? Come si incrocerà il trasferimento di funzioni su temi cruciali per le aree interne come l’istruzione, l’ambiente, i trasporti, la tutela della salute con le strategie che già intervengono a colmare i divari storici delle aree interne italiane (prima fra tutte, la Snai)?

Nonostante questo silenzio, vi è più di una ragione per essere preoccupati. Il timore è che esasperare le autonomie possa aumentare i divari tra regioni che già scontano storiche differenze di trattamento (si pensi all’annosa questione della definizione dei costi standard che finisce per ossificare la dotazione di risorse a beneficio di un dato territorio, cristallizzando la spesa storica). Le aree interne delle regioni più svantaggiate si troveranno a misurare le risorse loro assegnate con dotazioni inferiori a livello regionale. Si creerà, dunque, un doppio divario, o divario indiretto, per cui le aree interne del Sud finiranno per pagare il prezzo più alto dell’autonomia. È difficile immaginare, infatti, che regioni ridotte all’osso all’esito del processo di rafforzamento delle autonomie riescano a perseguire, al loro interno, quelle politiche redistributive che sono necessarie per colmare i divari delle aree remote.

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Ma anche nel contesto delle regioni che più potranno beneficiare della dinamica competitiva innescata dall’autonomia differenziata (i “ricchi” secondo la lettura critica di Gianfranco Viesti) è difficile pensare che le politiche per le aree interne possano ricoprire un posto di primo piano. Se la logica è quella competitiva, alle regioni converrà investire sui territori vincenti, concentrando i servizi sulle aree urbane o sulle zone prospicienti ad esse. Intervenire su un piccolo comune di montagna non sarà mai un’operazione conveniente in un calcolo di allocazione delle risorse basato sul principio di efficienza.

Né può essere d’aiuto, in proposito, quel riferimento prioritario alla definizione dei Lep che in base alla riforma deve precedere il trasferimento delle autonomie. Al di là dell’estrema complicazione insita in questa definizione (complessità che è stata ben segnalata dalla Commissione dei 61 esperti presieduta da Sabino Cassese), chi segue da tempo le public policies delle aree interne sa bene che la fissazione di standard minimi di servizio richiede qui un’attenzione quasi sartoriale alle specifiche esigenze del territorio (montagna e piccole isole hanno ad esempio problemi del tutto diversi). Un’attenzione che è incompatibile, ad esempio, con qualsiasi riferimento alla spessa storica (se si vuole invertire un trend, come quello dello spopolamento, è suicida riprodurre le logiche del passato ma occorre al contrario ribaltarle) e richiede un monitoraggio molto ravvicinato nel tempo, per il quale i dieci anni previsti per il trasferimento delle autonomie sembrano un tempo apocalittico (in dieci anni di spopolamento a ritmo serrato, un piccolo comune può scomparire). Un’attenzione che giustificava, in sintesi, un approccio place based alla stessa definizione dei bisogni, e che fa apparire astratta, se applicata alle aree interne, l’idea di fissare livelli essenziali delle prestazioni da garantire a livello nazionale.

In realtà, è la logica sottostante la stessa idea di autonomia differenziata ad essere in conflitto con il discorso sulle aree interne. In un meccanismo in cui si valorizza la competizione tra territori, le aree interne non possono che essere perdenti.

D’altra parte, la speranza di rinascita delle aree interne è strettamente legata alla caratura nazionale del relativo dibattito. L’idea vincente della Snai di Fabrizio Barca è stata proprio quella di presentare il problema delle aree interne come una questione nazionale, in grado di unire aree che vanno dal Piemonte al Salento, passando per l’Abruzzo e la Basilicata. È solo uscendo dalla visione del singolo “campanile” che le aree interne potranno avere quella massa critica che consentirà di imporre alla politica nazionale il dramma del loro abbandono. Differenziare i territori non può che approfondire, al contrario, il loro senso di distanza.

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