Le aziende più interessanti sul listino italiano
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di Isabella Della Valle
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I punti chiave
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Punta soprattutto sull’obbligazionario con una buona dose di cautela sull’azionario. Ecco in estrema sintesi l’indicazione di Luca Riboldi, direttore investimenti di Banor, società indipendente nata nel 2000 su iniziativa di un gruppo di professionisti. Con uffici a Milano, Torino, Biella e Roma, Banor è partner di riferimento per clienti istituzionali e privati su un’ampia gamma di servizi finanziari di wealth e asset management. Tramite Banor Sicav, Aristea Sicav e Banor Alternative Assets Raif Sicav, gestite da Banor Capital, società di investimento con sedi a Londra e Monte Carlo, Banor propone soluzihoni che mirano a rappresentare le diverse strategie e mercati.
Se dovesse reimpostare una strategia di portafoglio oggi, quali scelte farebbe?
Se consideriamo un investitore con un profilo di rischio medio, suggeriamo di reimpostare il portafoglio puntando per il 70% sul settore obbligazionario, nello specifico il 50% su titoli con una scadenza breve (2-3 anni), preferibilmente bond corporate e governativi europei di alta qualità, e il 20% su titoli a scadenza invece più lunga (5-7 anni), scegliendo bond corporate high yield di società con brand e business già noti. Per quanto riguarda invece il settore azionario, allocheremmo circa il 25%, di cui circa un terzo sui mercati emergenti, un terzo in Europa e un terzo negli Stati Uniti. Crediamo sia opportuno investire il rimanente 5% del portafoglio sulle materie prime industriali, che sono scese di valore in maniera sostanziale nell'ultimo periodo. Con un’attenzione particolare a rame, nichel, alluminio e, nella parte energy, al petrolio.
Che view bisogna avere sul segmento azionario per i prossimi mesi?
Cauta. Questa prudenza è suggerita dal rallentamento economico globale, con la Cina che fatica a ritrovare slancio dopo la pandemia e con un problema globale relativo a bilanci statali caratterizzati da un forte livello di indebitamento. Una situazione, questa, che si è aggravata ulteriormente con l’incremento dei tassi di interesse. In generale, il rendimento del settore azionario oggi è messo in discussione dalle interessanti performance delle obbligazioni, che hanno frenato gli investimenti nell’equity.
Quali sono le incognite che teme di più?
Innanzitutto l’inflazione, che anche in Italia ha raggiunto valori considerevoli e a livello internazionale impedisce alle banche centrali di abbassare i tassi. A livello geopolitico dobbiamo considerare gli effetti della guerra ancora in corso. E poi ci sono le incognite delle prime due economie mondiali: gli Stati Uniti, dove la fiducia dei consumatori, forte driver di crescita dell’economia, potrebbe essere messa in discussione dall’eventuale aumento dei licenziamenti, portando a un calo inevitabile della domanda interna. E in secondo luogo la Cina, che ha trainato la domanda di beni di consumo a livello internazionale, è ripartita sei mesi fa, ma fatica a ritrovare il proprio slancio a livello economico.
In termini settoriali, su quali bisognerebbe esporsi di più? E da quali, invece, stare alla larga?
Siamo in un contesto in cui l’economia rallenta e i tassi di interesse hanno quasi raggiunto il picco. I settori che hanno sofferto di più per l’aumento dei tassi potrebbero dunque tornare a essere interessanti. Come quello delle utilities, ma anche l’immobiliare. Un altro settore che suggeriamo di seguire con attenzione è quello della difesa, che beneficerà di una domanda molto forte visto il conflitto che ancora non si risolve. I settori meno attraenti sono quelli legati ai beni d’investimento e, in generale, tutti quei titoli di società con multipli troppo elevati. Eviterei inoltre le aziende che hanno troppa leva e non hanno l’opportunità di alzare i prezzi dei propri prodotti.

