La giornata

Le banche affossano le Borse: sul mercato l’allarme Deutsche Bank

L’annuncio del riscatto anticipato di un bond subordinato, anziché dare fiducia al mercato, dà il la alla speculazione

di Vito Lops

(EPA)

4' min read

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La crisi bancaria non è finita. Ne hanno preso atto gli investitori dopo un’altra giornata di forte tensione sui titoli del credito su scala globale. Protagonista in negativo delle ultime ore è Deutsche Bank, le cui azioni sono arrivate a perdere fino al 15% per poi arginare il passivo sul listino di Francoforte a -8,5%, pesando sui listini europei (Eurostoxx 50 -2%) con la paura di un rischio sistemico nel settore bancario dopo i casi Silicon Valley Bank e Credit Suisse. Le azioni della banca elvetica salvata da Ubs alla Borsa di Zurigo hanno perso il 5,74% mentre Ubs ha registrato un calo del 3,55%.

In fibrillazione anche i cds (credit default swap, assicurazioni contro il default) che sono balzati a 220 punti. Sebbene sia elevato per una banca europea è un valore ancora molto lontano dai massimi raggiunti dai cds su Credit Suisse della scorsa settimana, oltre quota 3.000.

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Il nodo dei bond e le parole di Scholz

Deutsche Bank, al primo giorno disponibile, ha annunciato che riscatterà in anticipo un’obbligazione subordinata Tier 2 a tasso fisso da 1,5 miliardi di dollari. La mossa, anziché dare fiducia al mercato, ha invece dato il la alla speculazione. Ha provato a rassicurare gli animi il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «Non c’è ragione di inquietarsi per Deutsche Bank. La banca è molto profittevole e ha radicalmente modernizzato il suo modello di business». Rassicurazioni anche dalla presidente della Bce Christine Lagarde: «Il settore bancario dell'area dell'euro è resiliente perché dispone di solide posizioni patrimoniali e di liquidità».

Il balzo dei cds

Nelle ultime 24 ore sono balzati anche i cds di altre big, come Ubs e Societé Generale, perché la preoccupazione per la crisi di fiducia a danno delle istituzioni bancarie è diffusa. A far correre veloce la paura sono anche i social media: secondo il “Wall Street Journal” la menzione Deutsche Bank è esplosa negli ultimi giorni, non diversamente da quanto è avvenuto in precedenza per Svb e Credit Suisse. Gli operatori fanno peraltro notare che Deutsche Bank risente della generale pressione a cui è sottoposto il debito equity-linked delle banche da quando il Credit Suisse ha cancellato 16 miliardi di franchi svizzeri di obbligazioni AT1 nell’ambito del suo salvataggio da parte di Ubs. L’impatto della svalutazione del Credit Suisse solleva a questo punto interrogativi su una parte importante del finanziamento bancario.

Il caso Stati Uniti

Negli Stati Uniti - dove difatti è partita questa crisi bancaria con i casi ravvicinati Signature, Silvergate e Silicon Valley Bank - il sistema bancario ha attinto alla porta della liquidità della Federal Reserve per 120 miliardi di dollari fino al 22 marzo. La cifra è anomala perché superiore persino ai livelli raggiunti dopo il fallimento di Lehman Brothers. Normalmente le banche preferiscono gli scambi di liquidità l’una con l’altra, ma l’indicatore di fiducia sul mercato dei capitali, lo spread Fra-Ois, è salito del 14% oltre 47 punti segnando livelli di diffidenza tra i vari istituti. Inoltre crescono gli istituti che stanno utilizzando la finestra di liquidità eccezionale aperta dalla Fed che consente alle banche di depositare presso la riserva federale bond anche molto sotto la pari per ottenere liquidità “alla pari”. Anche qui l’utilizzo giornaliero è salito dai 34 miliardi della scorsa settimana a 50 miliardi alzando l’asticella della tensione interbancaria.

Va detto che nella seduta di venerdì le principali banche regionali statunitensi finite nell’occhio nel ciclone - a partire da First Republic Bank che dal 7 marzo ha perso il 90% in Borsa - hanno segnato un piccolo rimbalzo certificato dal +2% di Kre, l’etf che le ingloba.

La situazione resta comunque tesa tanto che il segretario al Tesoro Janet Yellen ha convocato una riunione a porte chiuse di urgenza del Consiglio di supervisione sulla stabilità finanziaria.

I beni rifugio

In questo clima di incertezza gli investitori si stanno rifugiando sull’oro che è prossimo all’area dei 2.000 dollari l’oncia. Sull’ottovolante anche Wall Street che dopo una giornata vissuta in netto calo ha quasi azzerato il passivo nel finale trovando in titoli come Apple e Microsoft (che da soli valgono il 25% della capitalizzazione e del calcolo nell’indice Nasdaq 100) paradossalmente una sorta di beni rifugio.

Forti acquisti anche sulle obbligazioni con rendimenti in discesa su tutta la linea. Il decennale americano viaggia sotto il 3,4%, quello tedesco al 2,1% e i BTp italiani, che a inizio mese pagavano il 4,6%, sono tornati al 4%. Osservando i future sui tassi, il mercato sta scontando un pivot, un’inversione della politica monetaria, già a partire dalla prossima estate con altri tagli che dovrebbero portare i Fed Funds (alzati da Powell in settimana al 5%) al 3,8% a dicembre. Si tratta di una “scommessa” che va contro le stesse dichiarazioni di Powell («non taglieremo i tassi nel 2023») e le proiezioni dei banchieri centrali statunitensi del Fomc (che attraverso il dot plot pubblicato in settimana si aspettano in media un tasso terminale a fine anno al 5,1%).

La scommessa sulla recessione

Il mercato però non ci crede perché sta puntando dritto dritto all’arrivo di una recessione. A conferma di ciò il differenziale dei tassi 10-2 anni - invertito e sceso sotto zero dallo scorso luglio - sta risalendo verso la parità. Quando ciò accade vuol dire che il mercato sta accelerando la stima sui tempi dell’arrivo della recessione. Vuol dire che in sostanza è partito il conto alla rovescia per la contrazione del prodotto interno lordo. Questa potrebbe arrivare proprio per via della stretta al credito (credit tightening) a cui le banche potrebbe essere costrette a causa della crisi di liquidità in atto. Una stretta che sulla carta risulterebbe disinflazionistica. Almeno è quello che “sperano” gli investitori.

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