Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Jacopo Giliberto
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A fine settembre nel Mico di Milano durante la “Cop dei ragazzi” aveva colpito l’appello «blah blah blah» di Thunberg. Parole parole parole, soltanto parole. I grandi del mondo, quelli che decidono, al «blah blah» potrebbero rispondere a tono: con un silenzio ostinato. Riferiscono osservatori che la regina Elisabetta — sensibile al tema climatico e padrona di casa alla Cop26 di Glasgow in programma fino al 12 novembre — sia indispettita per gli annunci di assenze rilevanti come quelle che potrebbero riguardare per esempio Vladimir Putin, Xi Jinping, Jair Bolsonaro, Narendra Modi, cioè i capi di Stato e di Governo che più di altri devono essere coinvolti in politiche climatiche.
Il sottostante è economico, come sempre. Come nelle puntate precedenti, le posizioni si dividono fra chi è già “ricco” perché ha emesso anidride carbonica a carriolate per un paio di secoli (in sostanza: i Paesi Ocse) e chi vuole emettere anidride carbonica a vagonate perché “ricco” lo vuole diventare (in sostanza, la Cina e l’India e al traino tutti i Paesi di economia giovane). Ancora 770 milioni di persone sono senza elettricità, e l’elettricità è quella che fa uscire dalla povertà con il compressore del gommista, la pompa dell’acquedotto, il casco del parrucchiere e la macchina delle radiografie.
Ognuna delle parti indica l’altra. Cina e India emettono di più, ma pro capite i produttori più intensivi del mondo sono sauditi e statunitensi (17,6 tonnellate di CO2 l’anno a testa) seguiti da canadesi e australiani. I cinesi e i francesi (circa 6,4 tonnellate) per motivi diversi sono in coda fra i Paesi industrializzati.
In Europa sulla produzione di elettricità i peggiori sono i polacchi che marciano a carbone, 653 grammi di CO2 per chilowattora di corrente prodotta, e i più ecologici sono i nucleari francesi (38 grammi) e gli idroelettrici norvegesi (33 grammi per chilowattora di elettricità).
I casi di Norvegia e Francia sono simbolo di alcuni dei temi più contrastati nei negoziati internazionali e nelle posizioni fra i Paesi.