La crisi della Nato accelera il dibattito Ue sulla clausola di mutua difesa
Dal nostro corrispondente Beda Romano
di Stefano Gatti
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Si dice spesso che la storia si ripete. Si dice anche,
altrettanto spesso, che la storia insegna (o dovrebbe insegnare). Vi sono però dei fatti che, nella loro disarmante similitudine, ci ricordano che le lezioni del passato o servono a poco o non vengono ascoltate.
Dopo meno di un mese dall’annuncio, il 27 ottobre, del nuovo piano strategico 2022-2025 e di una perdita di 4 miliardi di franchi svizzeri, Credit Suisse ha comunicato una ulteriore
perdita di 1,5 miliardi di franchi per il quarto trimestre, il quarto
profit warning dall’inizio del 2022.
Da prima del capital market day di fine ottobre, investitori e analisti si chiedevano se la banca svizzera sarebbe stata in grado di presentare un piano strategico senza richiedere anche ulteriore capitale agli investitori. In realtà, il piano ha sùbito messo in conto un aumento di capitale di 4 miliardi di franchi, di cui 1,5 miliardi verranno messi a disposizione dalla Saudi national bank che, in questo modo, diverrà il primo azionista con una quota intorno al 10 per cento
Il piano, poi, prevede un mix doloroso di azioni destinato a riportare il Cet1 ratio (il rapporto tra il capitale azionario di migliore qualità e il valore degli attivi ponderati per il rischio) al 14% dall’attuale 12,6%: una riduzione degli organici di circa 9mila dipendenti al 2025; un taglio complessivo di costi di 2,5 miliardi di franchi entro il 2025 (circa il 15% dell’attuale base dei costi della Banca); la vendita – attraverso la quotazione e successiva cessione di una quota rilevante – delle attività di investment banking sotto il nuovo brand di Credit Suisse First Boston (lo stesso nome è un chiaro rimando al passato…); la cessione della divisione securitized products ad Apollo e Pimco; la creazione di una Cru-capital release unit con il compito di gestire gli asset illiquidi e problematici.
Il piano non ne fa cenno, ma è naturale che questa cura drastica sarà accompagnata da un rafforzamento dei presidi di controllo e gestione dei rischi per cercare di limitare il più possibile il peso delle cause legali ancora pendenti di cui due, Greensill Capital e Archegos, sono state tra le altre la ragione dell’avvio del processo di ristrutturazione.