Le competenze necessarie per lavorare (bene...) da remoto
Il valore aggiunto starà sempre meno nel sapere usare la “macchina” e sempre più nel valorizzare al meglio la parte umana delle nostre competenze
di Lorenzo Cavalieri *
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Nell’epoca del telelavoro e della formazione a distanza, la videoconferenza diventa un appuntamento quotidiano per il mondo del lavoro, della scuola e dell’università. Si potrebbe pensare che le nostre prestazioni professionali da remoto siano frutto di una competenza tecnica legata alla nostra capacità di utilizzo di uno strumento informatico. In realtà, con il passare del tempo e con il raffinarsi delle innovazioni, si riducono le differenze di performance legate al diverso livello di confidenza con la tecnologia. L’homo “tecnologicus” impara in fretta.
Il valore aggiunto che produciamo al lavoro starà sempre di meno nel sapere usare la “macchina” e sempre di più nel valorizzare al meglio la parte più squisitamente umana delle nostre competenze. Quanto più la rivoluzione digitale condiziona e imbriglia il nostro istinto relazionale, la nostra creatività, la nostra intraprendenza, tanto più il nostro talento e la nostra intelligenza sono chiamati ad un sovrappiù di cura e di allenamento. Costruire e sviluppare da remoto relazioni significative e produttive con altri esseri umani costituisce una splendida opportunità per mettere alla prova le nostre soft skills.
In particolare la comunicazione a distanza sfida tre aree di competenza.
1. L’empatia. Il mondo delle videoconferenze non è il mondo dei chatbot e degli assistenti virtuali. In questo tipo di interazione resta decisiva la nostra capacità di tenere conto degli altri, di intercettare le loro reazioni emotive a ciò che accade e a ciò che viene detto. Paradossalmente la sfida dell’empatia nella comunicazione a distanza cresce di intensità: dentro uno schermo vediamo il viso di una persona immersa in un ambiente che non conosciamo; non possiamo cogliere i mille segnali fisici con cui chi ci ascolta trasmette le proprie emozioni.
Esistono molte situazioni e regole non scritte per cui il capo, il cliente, il collaboratore o il professore ci dicono formalmente di sì, ma il contesto e il loro modo di parlare ci deve far intendere che quel “sì” è in realtà un “no”. Nel mondo offline non ci accorgiamo di queste complicazioni, perché il nostro cervello sintetizza perfettamente i segnali “deboli”. Nella comunicazione online, purtroppo i segnali non verbali sono molto limitati e quelli paraverbali (il nostro modo di dire ciò che diciamo) sono molto limitati.

