Le Marche sono il quarto mercato ittico italiano
Il porto di Ancona è il terzo a livello nazionale. Più in generale, il 7,6% del pesce consumato in Italia è pescato da aziende marchigiane
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Il settore marchigiano della pesca e dell’acquicoltura è centrale a livello nazionale. Secondo dati Eumofa, l’osservatorio europeo del mercato dei prodotti di questi due settori, il porto di Ancona era il terzo a livello nazionale per la produzione della prima vendita nel 2020, anno in cui raggiunse i 25,8 milioni di euro, gestendo un volume di oltre 8mila tonnellate di pescato, in particolare di vongole, sogliole comuni, gamberoni e mazzancolle.
Le Marche rappresentano il quarto mercato ittico a livello nazionale: nel 2022, secondo Istat, le aziende marchigiane hanno generato un valore della produzione pari a oltre 117 milioni di euro. E, aspetto ancora più interessante, tra le principali regioni per produzione legata alla pesca e all’acquicoltura, sono una delle regioni che meglio si sono riprese dopo lo stop imposto dalla pandemia e la successiva crisi delle materie prime e dell’energia, tornando ad un passo dai livelli prepandemici.
Intanto, i dati relativi alla produzione nel 2022. Come detto, le Marche sono la quarta forza a livello nazionale. Al primo posto, la Sicilia con 270 milioni di euro, seguita dalla Puglia con 263 e dal Veneto con 192 milioni. Numeri che dicono che è marchigiano il 7,6% del pesce pescato nel nostro paese lo scorso anno. E che fanno delle Marche la prima regione dell’Italia centrale, la seconda tra quelle che si affacciano sul mare Adriatico.Non solo: se si guarda all’andamento degli ultimi anni, si nota come l’industria della pesca marchigiana sia tra quelle che meglio si sono riprese dopo la crisi innescata nel 2020 dalla pandemia. Nel 2019 il valore della produzione aveva raggiunto i 120 milioni di euro, l’anno successivo era sceso a 95 milioni, registrando un calo del 21,1%.
L’anno successivo, il 2021, è iniziata la ripresa, che ha riportato il mercato a 109 milioni di euro. Lo scorso anno la risalita è proseguita, raggiungendo i 117 milioni di euro.Tra le prime cinque regioni d’Italia per produzione legata alla pesca e all’acquicoltura, la quinta essendo la Campania, solo il Veneto registra già valori superiori a quelli di prima della pandemia. Rispetto al 2019, infatti, il risultato raggiunto dalle imprese venete nel 2022 è superiore di poco meno dell’8%. Le Marche, come detto, si sono riavvicinate ai valori prepandemici, rispetto ai quali lo scorso ha segnato un calo del 2,54%. Un risultato di poco inferiore a quello pugliese, che in confronto al 2019 vede un calo del 2,28%. Peggio è andata invece in Campania, dove rispetto a prima della pandemia il mercato segna un -8,19%, e soprattutto in Sicilia, dove il capo percentuale è addirittura a due cifre: -14,32%.Quanto pesa, però, il settore della pesca sull’intera economia marchigiana? Un dato isolato non è disponibile, nel senso che quello della pesca è un settore che viene misurato insieme a quello dell’agricoltura. Secondo i dati disponibili sul portale statistico della Regione Marche, nel 2021 il 17,13% delle imprese attive sul territorio regionale si occupava di agricoltura o pesca.
Significa che circa un’azienda marchigiana su sei ha a che fare con questi due settori. Il dato è in calo rispetto al 2016, quando il comparto rappresentava il 18,36% delle attività economiche delle Marche.Il che non è necessariamente indice di un ridimensionamento in numeri assoluti delle imprese attive: trattandosi di un’incidenza, è possibile che sia semplicemente aumentato il numero di aziende che si occupano di altri settori produttivi.La provincia nel quale è più alta l’incidenza di imprese che si occupano di agricoltura e pesca è quella di Macerata, dove nel 2021 hanno raggiunto il 21,37%. Il che significa che più di un’azienda su cinque è operativa in questi settori. Seguono Fermo con il 17,92% e Ascoli Piceno con il 17,37%. A chiudere la classifica ecco le province di Ancona, dove l’incidenza di questo comparto sul totale delle attività produttive è pari al 14,97% e Pesaro e Urbino, dove non si va oltre il 14,85%.

