Le opinioni contrarie sono utili anche quando sono sbagliate
Quando ascoltare pareri difformi può aiutare un gruppo a prendere decisioni valide
di Vittorio Pelligra
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Imparare a prendere buone decisioni è un po' come imparare a nuotare, spiegava lo psicologo Robin Dawes, qualche anno fa. La possibilità di nuotare è garantita dal nostro fisico, dai muscoli, dalla capacità di coordinare i nostri movimenti in maniera funzionale. Ma per imparare a nuotare occorre qualcosa in più: bisogna imparare a resistere alla tentazione di voler tenere sempre la testa fuori dall'acqua. Occorre imparare a resistere ad un istinto naturale. Cercando di tenere la testa fuori dall'acqua, infatti, il nostro corpo tenderà naturalmente ad assumere la posizione verticale e quindi ad affondare. Questa è la reazione istintiva di un nuotatore principiante. Abbiamo tutto ciò che ci serve per nuotare ma dobbiamo imparare ad indirizzare nel modo corretto le nostre risorse fisiche, contrastando coscientemente le reazioni più immediate e, paradossalmente, più naturali.
Decidere (bene) è un’arte
Lo stesso vale per l'arte della decisione. Impariamo a prendere buone decisioni quando diventiamo coscienti dei rischi connessi alle nostre reazioni più immediate e naturali ed apprendiamo quando e come contrastarle. Abbiamo tante volte ripetuto che gli errori o, più propriamente, le “distorsioni cognitive” (bias), non sono altro che effetti collaterali del nostro naturale modo di pensare, di elaborare giudizi e di prendere decisioni.
Si manifestano a causa del cosiddetto “savanna principle”, del fatto, cioè, che il nostro cervello oggi, è, evolutivamente parlando, lo stesso che ci consentiva di sopravvivere nell'ambiente ostile della savana nel quale vivevamo 150.000 anni fa. Riconoscere un predatore affamato era questione di vita o di morte e, per questo, siamo diventati abilissimi ad interpretare le intenzioni dalle espressioni facciali, mentre scegliere cibi salutari, i rischi di portafoglio o il mutuo a tasso fisso o variabile, cosa oggi più rilevante, allora non erano opzioni neanche contemplate. Quindi oggi, per prendere decisioni corrette siamo, a volte, costretti ad andare contro le nostre spinte primordiali e i nostri istinti naturali. Essere sviati, per questo, è un attimo, mentre recuperare lucidità è una questione di disciplina, consapevolezza e tecnica.
Saper ascoltare anche chi non è d’accordo
Un esempio in questo senso ci viene dalle decisioni di gruppo. Abbiamo discusso in altre occasioni l'effetto deleterio che il cosiddetto groupthink può produrre sulla qualità delle nostre scelte. Il conformismo, associato alla paura di scontentare la leadership o le norme condivise dal gruppo, silenzia il dissenso produttivo, il pensiero critico, le posizioni eccentriche, che, invece, nella maggior parte dei casi possono favorire quel pluralismo che nutre l'eccellenza. Saper ascoltare chi non la pensa come noi, dare credito alle posizioni strane e dissonanti, agli eccentrici, agli anticonformisti può essere faticoso ma, alla fine, paga sempre. Silenziare il dissenso, invece, appiattisce, chiude e, per quanto rassicurante, alla fine rende sterili, aridi e improduttivi.
Ricordo il filosofo austriaco Paul Feyerabend che, a proposito del suo anarchismo epistemologico, affermava: «Prendevo ora una posizione, ora l'altra, in parte per sfuggire alla noia, in parte perché sono un bastian contrario e in parte per la mia crescente convinzione che persino il punto di vista più stupido e disumano ha qualche merito e vale la pena difenderlo» (“Addio alla ragione”, Armando Editore, 1990). La voglia e la capacità di accogliere posizioni “altre” dalle nostre non si rivela utile solo perché queste possono essere migliori delle nostre. Seppur non scontato, questo è certamente facile da capire.

