Le prossime sfide di Beppe Sala, il manager diventato politico
Nato come amministratore, è salito alla ribalta della politica fino a diventare una possibile riserva dello Stato per incarichi nazionali
di Sara Monaci
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Giuseppe Sala, classe 1958, sostenuto dal centrosinistra di Milano, è un politico-non politico: a Milano deve la sua fama soprattutto all’Expo, di cui è stato amministratore delegato prima e poi, nei due anni conclusivi, commissario unico. Un ruolo che gli fu conferito dal governo di Enrico Letta, nel 2013, in un momento di caos: il sindaco di allora, Giuliano Pisapia, aveva abbandonato in polemica il ruolo di commissario straordinario, mentre il governatore Roberto Formigoni, travolto dalle inchieste, fu costretto alle dimissioni dall’incarico di commissario generale. Nasce così la figura di commissario unico, e soprattutto nasce così l’immagine di Sala che salva l’Expo, fino a quel momento in ritardo nei preparativi.
Il manager prima del politico
Il suo percorso si era intrecciato con la politica già qualche anno prima, quando era stato per un anno e mezzo, dal 2009, direttore generale di Letizia Moratti. Fatto che i suoi detrattori ricordano come la prova che la sua storia non sia così vicina al centrosinistra. La risposta, da parte dei suoi sostenitori, è sempre stata la stessa: fare il direttore generale ha una valenza tecnica, non politica e peraltro a Palazzo Marino tutti ricordano di come ad un certo punto Sala e Moratti non andassero più così d’accordo, soprattutto in fatto di gestione delle partecipate pubbliche, che Sala avrebbe voluto riorganizzare all’interno di una holding.
Da quel momento Sala esce dal Comune per andare a fare l’amministratore delegato di Expo, e quindi, come detto, il commissario. Non sono mancati, con questo ruolo, gli intoppi giudiziari: è stato condannato per falso materiale e ideologico, per aver retrodatato un documento di un bando, all’interno di una vicenda controversa che ha visto anche pezzi di procura di Milano scontrarsi fra loro, fra chi chiedeva l’archiviazione e chi la prosecuzione delle indagini. Tant’è: dal punto di vista politico questa storia non lo ha scalfito più di tanto, l’elettorato milanese è stato piuttosto insensibile a una vicenda giudicata più formale che sostanziale.
Nel suo curriculum ci sono incarichi da manager. Le sue esperienze più forti sono all’interno del gruppo Pirelli prima e Telecom dopo. Nel 1994 diventa direttore del controllo di gestione e della pianificazione strategica del settore pneumatici di Pirelli e nel 1998 è nominato amministratore delegato della Pirelli Tyre. Nel 2002 lascia il settore pneumatici per le telecomunicazioni e assume la carica di chief financial officer di Tim, mentre dal 2003 al 2006 è direttore generale di Telecom Italia Wireline e infine della Tim, dopo la fusione con Telecom Italia. Ci sono infine incarichi bancari: nel 2007 e 2008 è consulente senior per Nomura Bank e presidente di Medhelan Management & Finance. In questi 15 anni si consolida come manager, per poi passare alla «cosa pubblica».
L’ascesa a Palazzo Marino
Quando arriva a candidarsi, nel 2016, deve quindi muoversi, dal punto di vista della comunicazione politica, su due fronti diametralmente opposti: da una parte deve convincere l’elettorato più a sinistra, e meno vicino a lui della coalizione, che nella sua storia c’è anche l’attivismo a sinistra (dirà ad un certo punto di essere stato vicino anche alla Fgc); dall’altra deve sottolineare la sua natura tecnica e manageriale, che lo fa apprezzare dall’elettorato moderato milanese, quello che guarda più alle persone che ai partiti, e che in cinque anni è passato senza patemi dal voto a Letizia Moratti a Giuliano Pisapia.
