Le sfere di giustizia e l’uguaglianza complessa
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Con tutta probabilità il punto centrale della teoria della giustizia di Thomas Scanlon è legato alla possibilità che la disuguaglianza economica determini forme di svuotamento della partecipazione politica da parte della maggioranza dei cittadini, i quali privati della voce e della possibilità di controllo politico diventerebbero strumenti inermi nelle mani di pochi superricchi. Un tema questo affrontato e sviluppato, anche se nell’ambito di una visione complessiva differente, da Michael Walzer.
Classe 1935, Walzer cresce in un’America in pieno fermento, tra le promesse del dopoguerra e le tensioni della Guerra Fredda. Studia ad Harvard e poi a Cambridge nell’epoca d’oro del pensiero politico, quando il liberalismo e il comunitarismo iniziano a confrontarsi sulle grandi questioni della libertà, dell’eguaglianza e dell’identità culturale. La sua posizione è originale, non si schiera da una parte o dall’altra, ma abbraccia la pluralità come un metodo di racconto della realtà e di riflessione culturale. Tutte le sue opere, ma in particolare la principale – Spheres of Justice. A Defense of Pluralism and Equality (Basic Books, 1983) – rappresentano un ponte tra la teoria e la realtà, tra l’astrazione e la storia. In esse, Walzer elabora un’idea di giustizia complessa, non un principio monolitico valido in ogni ambito della vita sociale. La giustizia, per lui, è piuttosto come una costruzione, fatta di sfere distinte che non devono sovrastarsi l’una con l’altra: il potere non deve comprare la cultura, la fama non deve garantire privilegi sociali, e la ricchezza, come si diceva in apertura non deve tradursi in autorità politica.
La giustizia è, dunque, un mosaico di valori, un concerto di significati intrecciati nelle trame delle comunità umane. Un canto polifonico in risposta all’astratta armonia delle teorie liberali classiche. Walzer si oppone all’individuazione di un unico principio di giustizia distributiva. E’ interessato, piuttosto, ad una forma di “eguaglianza complessa” fondata sul rispetto delle logiche interne a ciascuna sfera sociale, a ciascuna sfera nell’ambito delle quali le diverse manifestazioni della nostra vita in comune prendono forma: la vita fisica e la salute del corpo, la cultura e l’istruzione, la vita politica e il potere, l’economia, il lavoro e il denaro, l’appartenenza, il riconoscimento reciproco ed il rispetto sociale.
La società umana è una comunità distributiva. Non è solo questo, ma è soprattutto questo: ci riuniamo per condividere, dividere e scambiare. Ci riuniamo anche per produrre le cose che vengono condivise, divise e scambiate; ma anche la produzione è distribuita tra noi attraverso la divisione del lavoro. Il mio posto nell’economia, la mia posizione nell’ordine politico, la mia reputazione tra i miei concittadini, i miei beni materiali: tutto questo mi viene da altri uomini e donne. Si può dire che ho ciò che ho lo possiedo in modo giusto o sbagliato, equo o ingiusto; ma data la gamma di distribuzioni e il numero di partecipanti, tali giudizi non sono mai facili” (p. 3).
Se, come sappiamo, John Rawls ha tentato di costruire una teoria della giustizia distributiva fondandola su un’architettura universale e dei principi razionali e condivisi e Robert Nozick ha difeso una visione anarchica e libertaria del possesso, Walzer propone un approccio pluralista, radicato da una parte nella varietà dell’esperienza del singolo e dall’altra, nella diversità delle comunità e delle loro tradizioni alle quali i singoli si rifanno. Per lui, la giustizia è un fiore che sboccia in mille forme diverse, a seconda dell’humus culturale in cui affonda le sue radici.


