Mind the Economy/Justice 96

Le sfere di giustizia e l’uguaglianza complessa

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Con tutta probabilità il punto centrale della teoria della giustizia di Thomas Scanlon è legato alla possibilità che la disuguaglianza economica determini forme di svuotamento della partecipazione politica da parte della maggioranza dei cittadini, i quali privati della voce e della possibilità di controllo politico diventerebbero strumenti inermi nelle mani di pochi superricchi. Un tema questo affrontato e sviluppato, anche se nell’ambito di una visione complessiva differente, da Michael Walzer.

Classe 1935, Walzer cresce in un’America in pieno fermento, tra le promesse del dopoguerra e le tensioni della Guerra Fredda. Studia ad Harvard e poi a Cambridge nell’epoca d’oro del pensiero politico, quando il liberalismo e il comunitarismo iniziano a confrontarsi sulle grandi questioni della libertà, dell’eguaglianza e dell’identità culturale. La sua posizione è originale, non si schiera da una parte o dall’altra, ma abbraccia la pluralità come un metodo di racconto della realtà e di riflessione culturale. Tutte le sue opere, ma in particolare la principale – Spheres of Justice. A Defense of Pluralism and Equality (Basic Books, 1983) – rappresentano un ponte tra la teoria e la realtà, tra l’astrazione e la storia. In esse, Walzer elabora un’idea di giustizia complessa, non un principio monolitico valido in ogni ambito della vita sociale. La giustizia, per lui, è piuttosto come una costruzione, fatta di sfere distinte che non devono sovrastarsi l’una con l’altra: il potere non deve comprare la cultura, la fama non deve garantire privilegi sociali, e la ricchezza, come si diceva in apertura non deve tradursi in autorità politica.

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La giustizia è, dunque, un mosaico di valori, un concerto di significati intrecciati nelle trame delle comunità umane. Un canto polifonico in risposta all’astratta armonia delle teorie liberali classiche. Walzer si oppone all’individuazione di un unico principio di giustizia distributiva. E’ interessato, piuttosto, ad una forma di “eguaglianza complessa” fondata sul rispetto delle logiche interne a ciascuna sfera sociale, a ciascuna sfera nell’ambito delle quali le diverse manifestazioni della nostra vita in comune prendono forma: la vita fisica e la salute del corpo, la cultura e l’istruzione, la vita politica e il potere, l’economia, il lavoro e il denaro, l’appartenenza, il riconoscimento reciproco ed il rispetto sociale.

La società umana è una comunità distributiva. Non è solo questo, ma è soprattutto questo: ci riuniamo per condividere, dividere e scambiare. Ci riuniamo anche per produrre le cose che vengono condivise, divise e scambiate; ma anche la produzione è distribuita tra noi attraverso la divisione del lavoro. Il mio posto nell’economia, la mia posizione nell’ordine politico, la mia reputazione tra i miei concittadini, i miei beni materiali: tutto questo mi viene da altri uomini e donne. Si può dire che ho ciò che ho lo possiedo in modo giusto o sbagliato, equo o ingiusto; ma data la gamma di distribuzioni e il numero di partecipanti, tali giudizi non sono mai facili” (p. 3).

Se, come sappiamo, John Rawls ha tentato di costruire una teoria della giustizia distributiva fondandola su un’architettura universale e dei principi razionali e condivisi e Robert Nozick ha difeso una visione anarchica e libertaria del possesso, Walzer propone un approccio pluralista, radicato da una parte nella varietà dell’esperienza del singolo e dall’altra, nella diversità delle comunità e delle loro tradizioni alle quali i singoli si rifanno. Per lui, la giustizia è un fiore che sboccia in mille forme diverse, a seconda dell’humus culturale in cui affonda le sue radici.

“Vorrei argomentare che (…) i principi di giustizia sono essi stessi pluralistici; che i diversi beni sociali devono essere distribuiti per ragioni differenti, seguendo procedure differenti, da parte di agenti differenti; e che tutte queste differenze derivano da una comprensione diversa dei beni sociali stessi – l’inevitabile prodotto del particolarismo storico e culturale” (p. 6). Immaginare un unico principio su cui fondare una teoria della giustizia distributiva è un’illusione.

“Il merito, la nascita e il sangue, l’amicizia, la necessità, il libero scambio, la lealtà politica, la decisione democratica: ognuno di questi criteri ha avuto il suo posto, insieme a molti altri, che coesistono in modo disordinato, invocati da gruppi in competizione, e spesso confusi l’uno con l’altro. In materia di giustizia distributiva, la storia mostra una grande varietà di disposizioni e ideologie. Ma il primo impulso del filosofo è quello di resistere alle manifestazioni della storia, al mondo delle apparenze, e di cercare una qualche unità di fondo: un breve elenco di beni fondamentali, rapidamente astratti a un unico bene; un unico criterio distributivo o un insieme interconnesso” (p. 4). Ma qui vediamo l’originalità di Walzer. L’originalità del filosofo che si sottrae alla tentazione del filosofo e invece di andare alla ricerca dell’unità inizia a navigare nell’insidioso mare della complessità. “Sostengo – scrive infatti Walzer - che cercare l’unità significa fraintendere l’oggetto della giustizia distributiva” (Ivi).

Il rifiuto dell’universalismo, questo è il punto di partenza della costruzione teorica di Walzer. Perché il mondo sociale è composto da sfere differenti, ognuna governata dalla propria logica interna. La giustizia non è quindi una formula matematica che assegna risorse uniformemente, ma un insieme di regole contestuali, plasmate dai valori e dalle credenze condivise di comunità radicate in un luogo dato e in un tempo specifico. Scrive ancora Walzer “Ogni bene sociale o insieme di beni costituisce, per così dire, una sfera distributiva nella quale sono appropriati solo certi criteri e certi assetti (p. 10).

Le sfere individuate ed analizzate dal filosofo newyorkese sono le più diverse. La prima riguarda la salute fisica e la possibilità di accedere a cure appropriate. In questo caso il principio distributivo appropriato è quello del bisogno. La salute è un bene primario, legato alla sopravvivenza e al benessere fisico e mentale. Chi ha diritto a essere curato? In molti casi la risposta è semplicemente: chi può permetterselo. Se hai i soldi per pagarti un’assicurazione privata, avrai accesso ai migliori medici, alle cure più avanzate, agli ospedali più attrezzati. Se non li hai, ti toccheranno lunghe liste d’attesa, o peggio, rimanere senza cure. Walzer sfida questa logica con una semplice osservazione: la malattia non è un bene sociale da distribuire, né un vantaggio o uno svantaggio competitivo.

È una condizione da curare. Una società giusta tutela la salute di tutti e per questo le cure andrebbero assicurate in relazione al bisogno e non in base alla ricchezza o allo status sociale. Pensiamo a un pronto soccorso: se due pazienti arrivano contemporaneamente, uno con un infarto e l’altro con un piccolo taglio sulla mano, nessun medico avrebbe dubbi su chi curare per primo. Il bisogno guida la scelta. Eppure, nell’organizzazione dei sistemi sanitari, il denaro spesso domina e ribalta questa logica, permettendo ai ricchi di accedere a cure immediate, mentre i poveri possono solo attendere ed accontentarsi.

La seconda sfera riguarda la scuola e l’istruzione. In questo ambito il principio distributivo dovrebbe essere quello del talento e dell’impegno. L’istruzione non dovrebbe essere distribuita in base al reddito, alla fama, al potere o ad altri criteri perché il suo scopo è primariamente quello di favorire la socializzazione dei cittadini e lo sviluppo del loro potenziale individuale. Eppure, guardiamoci attorno. Scuole pubbliche sottofinanziate, i risultati dei test scolastici che variano al variare del reddito dei genitori, studenti brillanti che non possono permettersi di continuare gli studi. Pensiamo a un bambino nato in una famiglia povera.

I suoi genitori non possono permettersi scuole private né corsi extra. Frequenterà una scuola pubblica affollata, con insegnanti demotivati, con libri vecchi. Avrà meno possibilità di eccellere, non perché meno intelligente, ma perché il sistema non gli dà le stesse opportunità. Nel frattempo, il figlio di una famiglia ricca riceve lezioni private, partecipa a viaggi culturali, accede a scuole migliori. Il risultato? Solo per fare un esempio, la probabilità di un ragazzo o una ragazza italiano di laurearsi è del 29,2%, ma se almeno uno dei genitori è laureato allora il valore sale al 68,7%, però scende a 23,7% se i genitori non sono laureati.

Se hai la fortuna di nascere in una famiglia nella quale almeno un genitore possiede una laurea la tua probabilità di ottenere a tua volta una laurea è di 45 punti percentuali maggiori di chi invece è nato in una famiglia dove nessuno dei genitori è laureato. In Europa la percentuale di laureati è maggiore (41,2%), ma anche in questo caso sale al 70,7% se almeno uno dei genitori possiede la laurea e passa al 31,4% in caso contrario (la probabilità si riduce di 39 punti percentuali). Si capisce che in questo modo il sapere si configura come un privilegio di casta, anziché un diritto per tutti. E così, ancora una volta, la sfera dell’economia invade quella dell’istruzione, ostacolando la costruzione di una società veramente giusta.

La terza sfera è quello della vita politica, del potere e dei processi decisionali. Qui il principio distributivo appropriato dovrebbe è il principio democratico, né la ricchezza e neanche il carisma personale. Immaginiamo una campagna elettorale. Due candidati si sfidano per la carica di sindaco. Uno è un uomo ricco, sostenuto da potenti aziende, con manifesti ovunque, spot televisivi, eventi mondani e una rete di influenze molto radicata. L’altro è un attivista locale, amato dalla comunità, una persona dedicata, degna e coerente, con l’unico difetto di non avere troppi soldi per finanziare la campagna e di conoscere pochi potenziali finanziatori ricchi.

Chi vincerà? Walzer ci ricorda che il potere politico dovrebbe essere sempre inteso come il riflesso della volontà del popolo e non un premio per chi può permettersi di comprarlo. Il potere politico appartiene a tutti, e non deve poter essere monopolizzato da élite economiche o altri gruppi di interesse. Ma se il denaro permette di influenzare i media, di finanziare campagne pubblicitarie, di pagare consulenti, il rischio che il potere non sia più distribuito in base ad un principio di democraticità sostanziale e non solo formale ma in base alla ricchezza, diventa più che concreto. Così la democrazia, già agonizzante, lentamente muore.

La quarta sfera è quella relativa al lavoro, alla dignità e al riconoscimento sociale. La giustizia in questa sfera si basa sulla legittimità dei criteri di distribuzione delle risorse legate al lavoro, come i salari, lo status e le opportunità professionali. Walzer critica l’idea che la giustizia nella sfera del lavoro possa essere ridotta al semplice principio meritocratico o all’efficienza economica. Occorre, infatti, tener conto anche del ruolo sociale che una professione svolge in relazione alla comunità e al bene comune.

Un lavoro può essere considerato “meritevole” non solo per il valore economico che genera, ma anche per il valore sociale che rappresenta o per la sua capacità di sostenere la coesione e la solidarietà sociale. In questo senso una visione puramente mercantile del lavoro riduce la persona a un semplice mezzo economico, trascurando la sua dignità e il valore intrinseco del lavoro. Lavori che sono fondamentali per il benessere collettivo, come quelli nell’assistenza sociale, nell’educazione o nella cura, dovrebbero essere valutati e ricompensati in modo tale da rispecchiare il loro valore sociale, indipendentemente dal loro valore di mercato.

I criteri di giustizia in questa sfera possono essere indicati come quello del “merito contestualizzato”: non solo di produttività o successo individuale, ma anche il contributo che il lavoro di una persona contribuisce al bene comune e alla coesione della comunità. C’è poi il criterio dell’“equità e parità di accesso”: una società giusta dovrebbe cercare di garantire a tutti i suoi membri un accesso equo alle opportunità di lavoro, riducendo le disuguaglianze iniziali che potrebbero ostacolare l’accesso a determinate professioni.

Il terso aspetto è quello relativo alla “dignità e valore sociale”: la giustizia del lavoro deve anche considerare la dignità intrinseca dei lavori svolti, al di là della loro remunerazione. Alcuni lavori, pur essendo meno remunerativi, sono essenziali per la coesione sociale e per il benessere collettivo, come nel caso dei lavori di cura, dell’insegnamento o di altri settori che contribuiscono alla solidità e alla stabilità della società. Molti altri lavori decisamente più remunerativi, al contrario, pur generando enormi profitti per pochi al contempo distruggono valore sociale per molti. Un quarto criterio di giustizia è particolarmente importante; quello del “riconoscimento sociale e dello status”: la distribuzione delle risorse lavorative non dovrebbe riguardare solo i salari, ma anche il riconoscimento sociale che un lavoro riceve all’interno della comunità.

Un lavoro che sia riconosciuto come fondamentale per il benessere collettivo dovrebbe essere trattato con il dovuto rispetto, anche se non è necessariamente il più remunerato. I maestri, i professori, i medici, un tempo visti con grande rispetto a ammirazione hanno oggi perso gran parte di quel riconoscimento sociale che contribuiva tanti giovani brillanti a dedicarsi a quelle professioni, indipendentemente dal movente puramente economico.

La quinta sfera è quella che concerne la ricchezza materiale, il denaro e il mercato. Qui il criterio di giustizia è il principio dello scambio di equivalenti: chi produce beni e servizi può venderli in cambio di denaro, e il successo economico è determinato dalla capacità di competere sul mercato. Questa è l’unica sfera in cui la distribuzione basata sulla ricchezza è legittima.

Ma la ricchezza dovrebbe essere distribuita in modo tale che non consenta l’interferenza con il funzionamento delle altre sfere di giustizia. Questo per evitare che il denaro diventi una sorta di passe-partout che garantisce l’accesso a tutti gli altri beni. Il denaro è una forza certamente potente ma non dovrebbe, secondo Walzer, poter comprare tutto. Non dovrebbe garantire il potere, l’istruzione o la salute, per esempio.

L’ultima sfera rilevante per Walzer è quella dove si forma la nostra identità individuale e sociale. L’appartenenza a una comunità politica nasce da un legame che deve essere condiviso e riconosciuto dai membri della comunità stessa. Ne consegue che la cittadinanza è un “bene” che non può essere trattato come un diritto universale in senso astratto, ma che deve essere distribuito secondo criteri di appartenenza specifici e legati alla storia e alla cultura della comunità stessa.

Questo vuol dire anche che la giustizia tipica della sfera dell’appartenenza implica che i membri di una comunità hanno il diritto di decidere chi può entrare a farne parte e in che modo le persone possano ottenere la cittadinanza. Non si tratta di una prospettiva discriminatoria, ma di una necessità legittima per preservare l’integrità sociale e culturale della comunità. Ogni comunità può definisce i suoi confini e le sue modalità di inclusione in base a valori, tradizioni e norme condivise.

In un mondo globalizzato, dove le persone possono spostarsi liberamente tra paesi e culture, Walzer riconosce che il tema della migrazione è uno degli aspetti più complessi della giustizia legata all’appartenenza. Il fatto che le singole comunità politiche possano decidere chi e come può entrare a farne parte non significa che le frontiere devono essere completamente chiuse o che l’immigrazione debba essere esclusa, ma piuttosto che ogni comunità politica ha il diritto di definire la propria politica di cittadinanza in base a criteri che rispecchiano le sue tradizioni, la sua cultura e il suo benessere sociale. Occorre inoltre tener conto del pluralismo delle società moderne.

In contesti multiculturali, dove più gruppi culturali e religiosi convivono, la cittadinanza deve essere pensata come un contratto sociale condiviso che rispetti le diversità culturali, senza compromettere la coesione sociale e i principi di giustizia che legano i membri della comunità. La giustizia distributiva nella sfera dell’appartenenza deve quindi essere in grado di conciliare l’inclusione e l’equità con il rispetto delle specificità culturali e identitarie. In pratica, ciò significa che le comunità devono avere la possibilità di negoziare e definire i principi di cittadinanza, senza che vengano imposti modelli unici o universali di appartenenza.

Infine, non occorre trascurare il fatto che un aspetto centrale della riflessione di Walzer sulla sfera dell’appartenenza è l’idea di solidarietà. La cittadinanza non è solo un insieme di diritti individuali, ma implica anche una responsabilità reciproca tra i membri della comunità. La giustizia della cittadinanza riguarda la creazione di una solidarietà sociale che sia inclusiva, nel rispetto delle identità e dei bisogni dei vari gruppi che compongono la comunità politica.

L’idea fondamentale che sta al centro della teoria della giustizia di Walzer fa riferimento al fatto che ogni sfera deve rimanere autonoma dalle altre, evitando che un principio distributivo legittimo in una sfera finisca per contaminare le altre. Quando una sfera domina le altre, la giustizia si trasforma in privilegio ed abuso. Per Walzer, dunque, una società giusta non è quella che si adegua ad un unico principio distributivo ma piuttosto che non si stanca di ricercare continuamente un equilibrio dinamico tra le sfere, in cui ogni bene trova la sua giusta collocazione secondo principi appropriati e dove nessuna sfera prevarica o domina le altre.

Solo proteggendo questa autonomia possiamo provare a costruire una società equa, in cui nessun cittadino si trovi in condizione di subordinazione davanti all’altro e nessun bene venga strappato dal suo contesto naturale per essere trasformato in uno strumento di potere illegittimo. Se il ricco sceglie chi governa, se il potere politico decide chi può studiare, se il successo economico diventa la chiave per ottenere i riconoscimenti sociali, l’equilibrio tra le sfere e con esso la giustizia si infrange.

Così, la società giusta non è quella che livella ogni disuguaglianza, ma quella che impedisce il dominio di una sfera sulle altre, preservando l’autonomia di ciascun ambito e tutelando la ricchezza della vita collettiva. La prospettiva che ne emerge è radicale: un mondo dove l’accesso alle cure mediche appartiene a chi ne ha bisogno, il diritto all’istruzione a chi vuole imparare, il potere politico a chi sostanzialmente rappresenta il popolo. Il nome di questa prospettiva non è “utopia”, ma “giustizia”.

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