Interventi

Le sfide dell’editoria tra una maxi offerta e nuove tecnologie

Quando, ieri, i cancelli della Nuvola a Roma si sono aperti per far entrare lettori e visitatori, quello che il pubblico ha percepito sono soprattutto la festa e la ricchezza degli oltre 650 incontri e delle decine di migliaia di libri proposti dagli oltre 500 espositori di Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana Editori.

di Lorenzo Armando

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Quando, ieri, i cancelli della Nuvola a Roma si sono aperti per far entrare lettori e visitatori, quello che il pubblico ha percepito sono soprattutto la festa e la ricchezza degli oltre 650 incontri e delle decine di migliaia di libri proposti dagli oltre 500 espositori di Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana Editori.

Ma dietro questa festa dei libri, e quindi della democrazia e del pluralismo, che è la cifra caratteristica di una manifestazione nata nel 2002 e oggi diventata uno degli appuntamenti culturali più importanti della capitale, oltre a passione e dedizione c’è un tessuto imprenditoriale fatto di centinaia di aziende medio-piccole che oggi si trovano di fronte a sfide importanti. Più libri più liberi è anche l’occasione per confrontarsi su questo, tra editori ma anche con gli altri operatori della filiera nonché con le istituzioni pubbliche, perché, molto semplicemente, se le risposte a queste sfide risulteranno inadeguate o tardive, rischiamo di esserne travolti.

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Qualche numero: l’editoria libraria italiana oggi vale 3,4 miliardi di euro l’anno (valore del venduto delle case editrici), comprendendo nel conteggio anche l’editoria scolastica, quella universitaria e quella professionale, fatta di libri ma sempre più spesso anche di banche dati e servizi digitali. Il settore trade – ovvero le vendite di libri di narrativa e saggistica nelle librerie fisiche e online e nei supermercati – di questi 3,4 miliardi ne vale circa 1,8. Di questi, la metà è in mano ai grandi gruppi e l’altra metà fa invece riferimento agli editori piccoli e medi. Aziende che, in effetti, sono attive non solo nel trade ma anche negli altri settori, dove però è più difficile fornire una stima precisa del loro peso. La domanda che ci dobbiamo fare è: questa rete è attrezzata per far fronte ai cambiamenti che sta attraversando il settore?

Cito solo due questioni tra le altre. La prima è la segmentazione dell’offerta. Grazie soprattutto all’e-commerce e a innovazioni tecnologiche come la stampa digitale e on demand, il numero di titoli a disposizione del pubblico è oggi ben più ampio anche solo rispetto a dieci anni fa. Per la piccola editoria che lavora sulle nicchie, questo fenomeno rappresenta un’opportunità (che la vendita online ha potuto intercettare, mentre ha prodotto criticità rispetto alle librerie fisiche). Ma, adesso, di fronte a una crescita dell’offerta che non sembra rallentare, è ovviamente più difficile per ogni libro “farsi trovare” dal suo lettore. Anche perché Internet, la Rete, non è più uno spazio democratico dove ognuno può farsi sentire e ogni libro trovare il suo lettore, ma un campo di competizione dove l’attenzione del pubblico è contesa e che può essere conquistata solo investendo in modo importante sulle infrastrutture tecnologiche e maturando una consapevolezza molto maggiore sulla gestione dei dati.

La seconda è l’Intelligenza Artificiale. La velocità con cui le tecnologie connesse si stanno sviluppando lascia supporre che il lavoro dell’editore ne sarà coinvolto più di quanto forse si immagini: la correzione di bozze, alcune fasi dell’editing, la realizzazione grafica delle copertine, la definizione delle tirature, la scrittura di sinossi e materiali promozionali… l’IA può intervenire quasi ovunque. Anche in questo senso, il divario tra chi potrà mettere in campo investimenti importanti per dotarsi di strumenti adeguati e chi non è in grado di farlo rischia di avere effetti pesanti sul tessuto delle piccole imprese sottocapitalizzate. Ciò anche lasciando da parte – ma non è una questione secondaria – il confronto con le tech company rispetto alla difesa del diritto d’autore.

Siamo a un bivio: le piccole e medie imprese editoriali devono dotarsi di strutture di gestione realmente manageriali, devono fare rete con altri soggetti per affrontare investimenti altrimenti proibitivi, o saranno espulse dal mercato dai fenomeni di concentrazione in atto. Stiamo parlando quindi di politiche industriali, e di strategie per il loro finanziamento. Se c’è, come credo ci debba essere, un interesse nazionale a salvaguardare il pluralismo dell’editoria italiana, la libertà di scelta del lettore, è in questa direzione che va avviata una discussione. Quando si è interessato al nostro settore, lo Stato italiano – come era giusto che fosse – ha finora investito soprattutto nel sostegno alla lettura, che è un tema centrale per lo sviluppo socio-culturale del Paese, oltre che il presupposto del nostro mercato. Ma oggi non si può rinviare un ragionamento sul sostegno alla produzione, all’offerta.

In ogni settore industriale sano devono poter operare i grandi gruppi così come le piccole e medie imprese. Vale anche per l’industria dell’editoria libraria, ma perché sia così anche in futuro è necessario avviare una riflessione urgente.

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