La tendenza

Le stalle chiudono, il latte non rende più

Allarme in Valtellina e nelle valli bresciane e della Bergamasca:
produrre in altura costa fino a 15 centesimi di più al litro. I piccoli in default

di Micaela Cappellini

Abbandoni. Le stalle piccole non bastano più a mantenere le famiglie.  Soltanto negli ultimi due anni la crisi ci ha fatto perdere il 10%  del latte conferito e ha generato il 7% di chiusure

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Nel 1999, quando Lorenzo Aliverti ha cominciato a lavorare alla Latteria cooperativa di Chiuro in Valtellina, c’erano 55 stalle che conferivano il latte. Venticinque anni dopo, ne è rimasta solo la metà. «Chi alleva mucche non conosce vacanza né giorni liberi durante la settimana - racconta il direttore generale della latteria - si munge a Natale e anche la domenica e la sveglia suona per tutti alle 4 e mezzo». È fatica, la stalla. E i giovani non sono più disposti a sobbarcarsela: «Noi abbiamo la sfortuna di avere la Svizzera vicina - dice Aliverti - basta varcare il confine e gli stipendi sono moltiplicati per tre. Manovali, edili: la concorrenza è forte». Così, le stalle chiudono.

La crisi degli allevamenti di montagna sta tutta qui. Alpi e Appennini soffrono allo stesso modo per lo spopolamento causato dalla diminuzione di redditività delle attività economiche tradizionali. E in Lombardia la Valtellina, così come alcune valli bergamasche o bresciane, non si sottraggono al trend nazionale. Il problema sono i costi di produzione, che in montagna sono più alti e non sempre vengono riconosciuti agli allevatori sotto forma di extra-prezzo.

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In media, per produrre in altura bisogna mettere in conto 14 o 15 centesimi in più al litro: «Quelle di montagna sono stalle piccole - spiega Aliverti - è difficile fare economie di scala. L’allevatore più grande, tra i nostri soci, raccoglie al massimo 35 quintali latte al giorno: tanto per avere un termine di paragone, la stalla più piccola in pianura di quintali al giorno ne raccoglie 100. A dicembre l’industria pagava il latte agli allevatori in media 48 centesimi al litro: se noi in montagna non ne riconoscessimo almeno 60, di centesimi, le stalle non starebbero nemmeno in piedi. Ma noi siamo una cooperativa e possiamo permetterci di farlo».

Alla dimensione degli allevamenti si aggiunge la questione della distanza. La Valtellina è una terra lunga e stretta, tra Madesimo e Livigno ci sono 130 chilometri e solo tre strutture che raccolgono il latte. In provincia di Sondrio gli allevamenti di bovini da latte sono circa 400 e 160 di questi rientrano nel circuito di tre cooperative che, da sole, gestiscono circa il 70% del latte provinciale. Oltre alla Latteria sociale di Chiuro, ci sono la Latteria di Livigno e la Latteria sociale Valtellina. Fabio Esposito dirige quest’ultima: «Abbiamo 99 stalle - racconta - e raccogliamo latte dall’alta valle di Bormio e Santa Caterina Valfurva fino a Dongo e Bellagio. Un territorio difficile, la strada è una sola. Inoltre da queste parti i terreni piani e coltivabili sono pochi, e questo significa che gli allevatori hanno meno capacità di produrre in casa il mangime per il bestiame. Tutto questo fa aumentare i costi e perdere competitività al settore». Negli impianti della Latteria Valtellina si potrebbe lavorare su tre turni, ma ad oggi il conferimento di latte riempie la capacità per un turno solo.

Il problema, quando una stalla chiude, è che è chiusa per sempre. «Le stalle piccole non bastano più a mantenere tutta la famiglia - spiega Esposito - per gli stessi soldi si possono trovare lavori più interessanti e meno faticosi. Soltanto negli ultimi due anni la crisi ci ha fatto perdere il 10% del latte conferito e ha generato il 7% di chiusure». A Chiuro non è andata meglio: «In cinque anni avranno chiuso il 5-6% delle stalle - dice Aliverti - tutta colpa del ricambio generazionale, non c’è più la disponibilità al sacrificio». Beninteso, qualche giovane che si appassiona ancora al mestiere c’è: «Abbiamo anche allevatori laureati, che sono stati capaci di aumentare la produttività delle stalle per esempio utilizzando le app e i robot di mungitura, ma per chi vuole cominciare dal nulla i terreni qui sono troppo costosi». Senza contributi un allevatore in montagna non ce la fa. «I sostegni ci sono - ricorda Esposito - ma non esiste nessun contributo ad ok per abbattere il gap di competitività sui costi tra latte di pianura e latte di montagna perché la Ue non lo permette, lo considera una distorsione della libera concorrenza».

Così, con la chiusura delle stalle si perdono pezzi di territorio e produzioni di eccellenza. Intere filiere montane rischiano l’estinzione, con ripercussioni ambientali e sociali enormi sul territorio, alle quali si aggiunge anche l’impatto del turismo. A livello nazionale, per portare l’attenzione del governo sul tema, l’Alleanza delle cooperative agroalimentari ha istituito un gruppo di lavoro sulla zootecnia di montagna e ha incassato l’impegno del sottosegretario al ministero dell’Agricoltura, Luigi D’Eramo, ad avviare un progetto pilota per il rilancio delle aree interne, facendo leva sulla logistica e sui servizi.

«Le stalle piccole - ricorda Esposito - mantengono attività che sono storiche e sono custodi del territorio. Molti dei bei prati di montagna che i turisti tanto apprezzano d’estate vengono tenuti, coltivati e tagliati perché se ne occupano gli allevatori, sono i loro pascoli. Eppoi la qualità del latte in montagna è indiscutibilmente superiore, solo che non sappiamo vendere quello che facciamo. Se valorizzassimo meglio i nostri prodotti, riusciremmo a vendere di più e a un prezzo maggiore, ben oltre il circuito del turismo».

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