Le vertiginose coreografie di Valentino, le distorsioni di Viktor & Rolf
Al suo debutto con una collezione di haute couture, Alessandro Michele esprime la sua vocazione di creatore di costumi dalla drammatica opulenza
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«Non voglio deludere nessuno, ma non sono un sarto, e nemmeno un couturier: conosco la teoria e sono bravo con gli spilli, dopo tutti questi anni, ma non so fare le cose con le mani», dice Alessandro Michele in conferenza stampa dopo il grand guignol elettronico della sfilata di Valentino, il suo debutto ufficiale nella couture. «Quando ero bambino volevo fare il costumista, e credo che si veda da quello che faccio». Si vede, in effetti. L’impressione al Palais Brongniart è proprio deflagrante: più che a un defilé di haute couture, par di assistere a una performance multimediale - altamente stilizzata, solenne nell’intento ma anche cruda, con giochi di immobilità, coreografia astratta, suoni detonanti, effetti di luce accecanti - di cui gli abiti sono i costumi. La sala è immersa nel buio pesto all’arrivo degli ospiti, che vengono accompagnati ai loro posti, su spalti da stadio e non seggiole dorate.
Al posto dell’ordre de passage, un plico di fotocopie A4, e i quarantotto look descritti, ciascuno, in forma di lista. Al passaggio di ogni creazione sul palco, quelle parole compaiono sul fondale, insieme al relativo numero. Uno spettacolo invero vertiginoso - “Vertigineux” è il titolo della collezione - che, completo di suoni e luci, si presenta come un vero assalto frontale a tutti i sensi. Infine, ci sono costumi e personaggi: drammatici e abrasivi nella loro opulenza, indossano crinoline, mantelli svolazzanti, tailleur, abiti arlecchino e pierrot e via elencando. La performance ha una peculiarità, però: bisogna assistere, perché tutto si consuma nel momento, senza repliche o appelli. L’effetto si estende agli abiti.
Questo è il plus e il minus della collezione, in effetti: come costumi all’interno dell’atto performativo, gli abiti hanno un peso; lontano da essa, meno, e le immagini ne sono la prova. È tipico di Alessandro Michele in effetti, ma c’è anche qualcosa di nuovo, oltre il vagare nei territori del citazionismo lussureggiante, che a questo giro includono l’archivio Valentino, il lavoro del costumista Danilo Donati e ciò che ha fatto per Pasolini, ma anche dipinti storici, un po’ di Vivienne Westwood, Leigh Bowery e un bel po’ di Demna, che per altro è tra gli ospiti. Questo ultimo aspetto ovviamente si nota nelle forme, ma soprattutto nella costruzione dei personaggi, che è nuova. Il cast, con molte donne in età e dalla bellezza segnata, avvalora lo spettacolo, lo vivifica nonostante lo straniamento sbaccalito dell’interpretazione. C’è una crudezza fresca e promettente, anche se ciò che la clientela della couture di Valentino trarrà da tutto ciò è un mistero (Michele specifica che una volta tolte le crinoline, gli abiti cambiano). Sarà interessante vedere dove lo stilista porterà l’azione da qui in poi. La prossima sfilata è tra un anno, il che è un lusso ma anche una condanna. «La couture richiede tempo e dobbiamo prendercene cura», conclude.
Viktor & Rolf concepiscono le collezioni couture come esercizi su un concetto semplice e chiaro, portato alle estreme conseguenze con zelo ostinato e deliberatamente ottuso. A questo giro si gioca sul tema e le sue ripetizioni, sicché un completo composto da trench beige, camicia bianca, pantaloni blu viene distorto in ogni modo, con grande sapienza, ammirevole verve formale ma non molto scopo.
La tornata di sfilate si chiude da Gaultier Paris, dove l’ospite di stagione è Ludovic de Saint-Sernin, che gli allori se li è meritati per un paio di slip di pelle con occhielli metallici - non molto - e una personale interpretazione della fluidità - quella, invece, tempestiva. Ludovic, che è una star della Instagram Fashion e ha un seguito di influencer e celeb di tutto rispetto, immagina un naufragio amoroso nel quale l’archivio di Gaultier e gli occhielli di Saint-Sernin si incontrano e copulano con grande libertà. Tra cupidi e sirene, ma anche fantini in redingote a bustino e damigelle con cappelli come velieri o abiti come ancore, si dipana un detour non illuminante e nemmeno illuminato, ma di certo ben fatto, tra i topoi nautici - alla Genet di Querelle, non alla Capitano Findus - di Jean-Paul Gaultier. L’operazione, per quanto inane, scatena nondimeno ululati e visibilio nella fan base. Oggi usa così.

