Listini disorientati dalle scelte di Trump
È forse la prima volta che è praticamente impossibile fare previsioni che durino più di 12/24 ore.
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Cambia la musica ma non tutti gli strumenti sono accordati e il risultato è un’assordante cacofonia. La vulcanica amministrazione americana sta disorientando i mercati finanziari e le variabili che ne determinano l’andamento stanno seguendo logiche diverse rispetto a quelle viste finora.
Non c’è più una direzione, men che meno quel rapporto di causa effetto che permetteva da un lato ai gestori di impostare scelte di portafoglio mirate a breve, medio o lungo termine e dall’altro agli investitori di individuare gli strumenti più conformi alla propria propensione al rischio o all’orizzonte temporale stabilito.
Quelle asset class che sulla carta finora sembravano mosse da fattori ben precisi (crescita economica, utili aziendali, pressioni inflazionistiche, debito pubblico e così via) nella realtà si muovono in ordine sparso perché la sensazione è che possa accadere tutto e il contrario di tutto.Troppa carne al fuoco, soprattutto su un fronte commerciale particolarmente caldo in cui i dazi americani salgono e scendono a seconda delle contromisure adottate dal Paese che li subisce con i conseguenti contraccolpi sui listini a stelle e strisce. È forse la prima volta che è praticamente impossibile fare previsioni che durino più di 12/24 ore. E questa è una situazione letale per i mercati, storicamente avversi all’incertezza alla quale in questo caso si aggiunge la più totale imprevedibilità degli eventi (e degli annunci). Lo dimostrano i 1.000 miliardi di capitalizzazione bruciati da Wall Street nel giro di una sola seduta.
A cosa porterà tutto questo? Un cambio di paradigma così forte e repentino al momento non giova a nessuno perché non se ne conosce la ragione. E se c’è una strategia è difficilmente comprensibile. Solo i ribassisti ne traggono vantaggio, utilizzando veicoli ad hoc (vendite allo scoperto, contratti future, opzioni put). Per il resto l’unica cosa certa sono gli stop loss che, stabiliti come forma di tutela agli eccessivi cali delle quotazioni, innescano correnti di vendite per limitare le perdite degli investitori soprattutto sui titoli americani. E così, visto che in genere gli Stati Uniti hanno un’incidenza significativa all’interno dei portafogli, la liquidità ritorna ad abbondare sui conti correnti, che probabilmente torneranno in cima alla scaletta delle preferenze di tutti coloro che preferiscono restare alla finestra. E qui non è questione di capitali investibili o di propensione al rischio; il problema di fondo è che non si sa su che cosa puntare. Chi decidesse di avventurarsi comunque su questi mercati al momento apparentemente privi di direzione, probabilmente potrebbe essere più propenso a dirigersi sui listini europei, un po’ più al riparo dalla volatilità che si respira oltreoceano. Ma al netto di tutto, forse bisognerebbe tornare timidamente ai fondamentali delle aziende per dare ancora credito a chi se lo merita. E sperare che questa tempesta, tutt’altro che perfetta, finalmente finisca.

