Litio, il boom dell’auto elettrica mette il turbo ai risultati di Albemarle
Il gigante Usa, che rifornisce anche Tesla, è un buon termometro della domanda del metallo per batterie: nel quarto trimestre 2022 ha di nuovo alzato i prezzi, ma i volumi sono cresciuti lo stesso e l’Ebitda è quintuplicato
di Sissi Bellomo
2' min read
2' min read
Il litio mette il turbo ad Albermarle, colosso statunitense del metallo per batterie, che è tra i maggiori fornitori di Tesla e più in generale dell’industria dell’auto elettrica. L’«oro bianco» è sempre più richiesto, nell’automotive e non solo. E il gruppo minerario – che ha sede nel North Carolina e operazioni anche in Cile e in Australia – è un buon termometro della domanda: il prezzo che ha praticato ai clienti è più che quadruplicato nell’ultimo trimestre del 2022, ma i volumi di vendita sono comunque aumentati dell’82% e i ricavi netti si sono moltiplicati per cinque (a 2,6 miliardi di dollari) nonostante un aumento dei costi di produzione.
La crescita del risultato operativo è altrettanto spettacolare: l’Ebitda adjusted è salito del 444% a 1,2 miliardi nel trimestre per il gruppo e addirittura è quasi decuplicato nelle attività relative al litio.
Nell’intero 2022, come ha sottolineato il ceo Kent Masters, Albemarle vanta «vendite nette di oltre 7 miliardi, più del doppio che nel 2021, e un Ebitda adjusted di circa 3,5 miliardi, che è quasi quattro volte quello dell’anno precedente». Per il 2023 il gruppo conta di portare il margine operativo lordo a 4,2-5,1 miliardi: una redditività pari al 37-40%.
Non sono buone notizie per le case automobilistiche, che devono affrontare la transizione verso l’auto elettrica sopportando costi sempre più elevati per le materie prime e per le batterie stesse, che l’anno scorso sono diventate più care, interrompendo una discesa che durava ininterrottamente da almeno un decennio.
La causa principale è da ricondurre proprio al litio: il prezzo del carbonato, nella qualità destinata alle batterie, è aumentato di quasi dieci volte tra il 2020 e il 2022 fino a raggiungere livelli record intorno a 80mila dollari per tonnellata. Il mercato si è un po’ raffreddato quest’anno e gli analisti si dividono sulle prospettive. Goldman Sachs, tra i più ribassisti nel breve termine, è convinta che l’aumento dell’offerta mineraria farà scendere il prezzo fino a 11mila dollari per tonnellata entro il 2024.


