Lo scudo anti-spread della Bce è necessario (anche ai falchi tedeschi)
In questo momento di difficile congiuntura internazionale in cui si intrecciano crisi energetica, geopolitica e ambientale, ci sono pochi fattori su cui si può avere un controllo adeguato. Lo spread è uno di questi
di Marcello Minenna
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Lo spread nelle ultime settimane ha rialzato la testa, è un fatto. Intendiamoci: in parte si tratta di un fenomeno atteso, che è connesso alla normalizzazione della politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE), avviata già ad inizio 2022. Tuttavia, a guardare meglio tra le pieghe dei dati, c'è un fattore di rischio in rapida ripresa che ha elevato il livello di attenzione della BCE: si tratta del rischio di “ridenominazione” (frammentazione, nel gergo odierno), ovvero della chance che un Paese membro esca dall'area valutaria e ripaghi il debito in altra valuta.
Da qui nasce l'opportuna decisione di avviare l'implementazione di un nuovo scudo anti-spread e stroncare sul nascere un eventuale crisi stile 2011, proprio in un momento delicato in cui la banca centrale si appresta ad alzare i tassi di interesse dopo oltre un decennio. E i risultati già si vedono, in analogia con quanto accadde 10 anni fa con il “Whatever it takes” del Presidente Draghi che introdusse il primo scudo anti-spread.
L'enorme peso dei programmi di acquisto titoli della Bce
Perché lo spread ha ripreso a salire? In primis perché una bella fetta della domanda di titoli governativi è venuta a mancare. Il primo passaggio è stata la sospensione a marzo 2022 del programma pandemico di acquisto titoli (PEPP – Pandemic Emergency Purchase Programme), attraverso il quale nel biennio 2020/2021 la BCE in media contabilizzava in bilancio 70 miliardi di € al mese, quasi tutti bond governativi. Non dovrebbe sorprendere troppo che ci siano stati dei riflessi sui prezzi dei titoli di Stato (e di conseguenza sui rendimenti), soprattutto dei Paesi più esposti, come Spagna ed Italia. La ripresa dello spread di BTP e Bonos spagnoli, appena accennata a fine 2021, prende realmente abbrivio proprio a partire da fine marzo 2022 (vedi Figura 1).
Questo mese è inoltre prevista la sospensione del Quantitative Easing (QE) “tradizionale” che contribuiva per altri 50 miliardi mensili. La Figura 2 mette in prospettiva l'impatto dei due programmi in termini di domanda aggiuntiva di titoli, soprattutto nel periodo pandemico. Nel frattempo è oramai ufficiale che da luglio i tassi di interesse-chiave torneranno gradualmente a salire in un percorso di aggiustamento che dovrebbe durare alcuni anni.


