Debito globale a 353 trilioni: perché i mercati «ballano» sull’abisso
di Maximilian Cellino
di Enrico Bertolino e Andrea Beretta (*)
5' min read
5' min read
Pietro Trabucchi nel suo libro OPUS scrive: “Noi non possiamo motivare gli altri, almeno non in modo istantaneo e semplice. Quello che possiamo fare realisticamente è evitare di demotivarli, è nutrire il terreno della passione altrui, piantare piccoli semi sperando che fiorisca o rifiorisca un po’ di passione. Consapevoli che il terreno preparato è solo un prerequisito”. Il che, scritto così, non è proprio motivante per chi tutti i giorni prova a motivare (ripetizione voluta) decine o centinaia di persone.
Motivare in modo continuativo e costante tutte le persone di un team e di un’organizzazione è, da sempre, la sfida prioritaria di ogni azienda e di ogni people manager. Perché, al di là di ogni retorica sulla centralità delle risorse umane e sul valore delle stesse, le persone con alta motivazione hanno un grip e una capacità di performance “diverse” e permettono alle imprese di perseguire e di raggiungere i loro obiettivi di business con maggior facilità o minor fatica. Oggi, peraltro, la sfida della motivazione diffusa e capillare è resa ancora più difficile da almeno tre fattori:
1) per la prima volta nella storia coesistono all’interno delle organizzazioni persone che appartengono a cinque diverse generazioni, con bisogni, culture, approcci al lavoro e stili di vita molto lontani tra loro;
2) la modalità di lavoro ibrida diffusasi post Covid, con la quale stiamo ancora facendo i conti e di cui non sappiamo ancora quali saranno le evoluzioni ma i cui effetti cominciano a farsi sentire non poco, per esempio sull’ingaggio, sul senso di appartenenza e sulla motivazione delle persone;
3) una sempre più diffusa e crescente richiesta di attenzione e di soddisfazione, da parte di singoli individui, dei loro specifici bisogni, a nostro avviso fallace perché le aziende non nascono con la mission di soddisfare i bisogni dei loro dipendenti e collaboratori.