Le sfilate di Parigi / 7

Louis Vuitton e l’eclettismo degli incontri in stazione

Nicolas Ghesquière sceglie per la sfilata un edificio vicino alla Gare du Nord. Zimmermann in cerca di un’evoluzione, la femminilità marziale di Sacai

di Angelo Flaccavento

Louis Vuitton AI 25-26

2' min read

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L’idea dello sfilata gigantesca e ultra spettacolare comincia ad apparire trita. A Parigi, persino i marchi multimilionari ridimensionano gli show. Louis Vuitton sfila a L’Étoile du Nord, un edificio sul lato della Gare du Nord che conserva un vago sapore dei viaggi in treno del secolo scorso. Il motivo è auto-evidente: il viaggio è al centro dell’ethos Vuitton. In più la stazione, per il direttore creativo Nicolas Ghesquière, è un luogo in cui si incrociano emozioni contrastanti, di arrivi e partenze, e altrettante persone. «Così tante energie convergono qui, in ogni epoca e fase della vita. Ciò che mi interessa davvero è l’eclettismo», afferma.

Louis Vuitton, la collezione per l’AI 25-26

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La collezione sembra raffigurare, in modo astratto, donne provenienti da vari ambienti ed epoche storiche. Marciano veloci sulla passerella segmentata, e indossano abiti non meno geometrici, che paiono collage o occhieggiano allo sport. Su alcuni, le grafiche sono prese dalla copertina di Trans-Europe Express, fondamentale album dei Kraftwerk che fa da filo rosso a tutta la storia. Il risultato è una fantasia angolosa che poco convince: il livello dell’esecuzione è alto, ma tutto appare rarefatto, lontano da una idea di realtà o di vita.

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Anche Marine Serre passa dagli stadi ad un luogo più raccolto: la Monnaie de Paris, ovvero la zecca. La collaborazione con la più antica istituzione della città comprende l’emissione di una medaglia speciale, incisa con la mezzaluna - logo del marchio - su un lato e il profilo della stilista sull’altro, come a ricordare Marianne, eroina nazionale. Scelta autocelebrativa, ma comprensibile per un marchio indipendente di cui Serre è anche Ceo. Dal punto di vista della moda, Serre lascia alle spalle il futurismo/barbarismo stratificato degli inizi per abbracciare qualcosa di più maturo, che è però una sensualità predace con troppo Versace degli anni Ottanta, sicché si rimpiange il passato.

Sacai AI 25-26 (Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP)

Da Sacai, Chitose Abe si conferma autrice con la rara capacità di trasformare l’impulso sperimentale in abiti che sono inventivi e pratici, espressivi e personali, ma estremamente femminili, in un modo non zuccheroso, anzi autoritario e quasi marziale. Questa stagione giacche e cappotti si estendono in sciarpe e pannelli: Abe lavora sul gesto dell’avvolgere e sebbene lo descriva come dolce e accogliente, l’impressione è piuttosto quella di una donna guerriera con un debole per lo scintillio delle paillettes e le stampe di Man Ray.

Il potere femminile è parte della narrativa di Gabriela Hearst, il cui linguaggio è fatto di linee pure e artigianalità. La sua proposta è piuttosto limitata in termini di forme - lunghe, verticali, implacabili - ma ciò che la rende vincente è il fatto che Hearst propone essenzialmente una replica di se stessa in passerella. La collezione è una nuova variazione su temi noti: tailoring affilato, maglieria dalla mano ricca, pelli tattili, intarsi.

Zimmermann AI 25-26 (Photo by Bertrand GUAY / AFP)

Da Zimmermann, attualmente uno dei marchi in più rapida ascesa, la contrapposizione di pizzi e volant con capi maschili echeggia il boho seducente di Chloé, anche se le sorelle Nicky e Simone Zimmermann, che stanno conquistando il mondo da Sidney, a quella proposta erano arrivate in verità prima del nuovo Chloé. Ma adesso sono a Parigi, e urge trovare una sigla personale, perché il materiale per farlo abbonda.

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