Industria e transizione

Luca De Meo: “L’auto in Europa vale 13 milioni di posti di lavoro”

Come può il settore automotive affrontare il cambiamento più importante degli ultimi 150 anni? Gli spunti del presidente del Gruppo Renault Luca De Meo

di Simonluca Pini

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Luca De Meo (Imagoeconomica)

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Riportare l’auto al centro di un dibattito pubblico solido e ispirato dai fatti. Smettere di vedere l’industria automotive come il problema e farla diventare parte della soluzione. Avere norme precise e regole stabili. Capire quanto vale l’industria automobilistica per l’Europa e comprendere la sfida a livello globale. Questi e tanti altri punti sono stati toccati da Luca De Meo durante il suo intervento durante la riunione Acea (Associazione dei Costruttori automobilistici europei), guidata proprio dal manager italiano. Come già successo in passato, il presidente del gruppo Renault va oltre gli ideologismi o le prese di posizione in voga al momento ma pone l’attenzione sull’urgenza di azioni forti e risolutive per tutelare un settore che vale l’8% del Pil dell’intera Unione Europea e ben 13 milioni di posti di lavoro.
A seguire l’intervento integrale di Meo.

L’auto in Europa vale 13 milioni di posti di lavoro

“Il 2023 passerà alla storia come l’anno in cui l’Europa ha preso consapevolezza del fatto che la Cina è il nuovo colosso dell’industria automobilistica. Dopo lo spettacolare sviluppo di Tesla, noi europei sappiamo che è giunta l’ora delle sfide. Ma abbiamo ben compreso la portata della posta in gioco? Perché qui si parla di un settore che rappresenta l’8% del PIL dell’Unione, il 30% della sua spesa in R&S e 13 milioni di posti di lavoro. È semplice: basta eliminare l’industria automobilistica e l’Europa si ritrova con una bilancia commerciale in deficit strutturale!”

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Parco circolante europeo: da 7 a 12 anni

“Oggi il settore sta affrontando il cambiamento più profondo degli ultimi 150 anni. Necessità di ridurre urgentemente l’impatto ambientale, fine del motore a combustione nel 2035, maggiori requisiti, a giusto titolo, a livello di sicurezza e cyber-security per le auto, veicoli sempre più pesanti e costosi. Tutte queste pressioni si sommano mentre i regolamenti si moltiplicano… con risultati a volte opposti a ciò che vorremmo: nel giro di vent’anni, l’auto europea media è diventata più pesante del 60% e costa il 50% in più, il numero di posti di lavoro dei costruttori è diminuito, fino a raggiungere il 40% in alcuni Paesi. Naturalmente, le auto sono più virtuose dal punto di vista ambientale. Per nostra sfortuna, quelle più costose sono anche quelle che compriamo di meno, anche se ciò significa far durare più a lungo i nostri vecchi catorci inquinanti. Il risultato è che l’età media del parco circolante in Europa è passato da 7 a 12 anni!”

Volatilità a 360 gradi

“Ma non è tutto! Per oltre un secolo, i costruttori hanno praticato uno sport impegnativo, che era comunque ben noto e tenuto sotto controllo. Era il motore a combustione a dettare le regole. Ma ora si tratta di eccellere in più discipline, con requisiti molto diversi: allo sport iniziale, si sono aggiunti veicoli elettrici, software, servizi di mobilità, economia circolare, ecc. Ognuno di questi sport implica una nuova catena del valore tutta da scoprire, materiali, protagonisti, tutto un nuovo mondo da capire, dall’estrazione delle materie prime al riciclo delle batterie. Questo nuovo scenario, ampio e frammentato, è caratterizzato anche da una volatilità senza precedenti. Tanto per cominciare, volatilità tecnologica, in contrasto con un mondo contraddistinto dal motore termico, con un’evoluzione tecnologica sapientemente lineare. Emblematico è il caso delle batterie: anche gli investimenti da miliardi nelle gigafactory possono essere rimessi in discussione da un giorno all’altro dal cambiamento della chimica da utilizzare. Volatilità anche dei prezzi delle materie prime, per esempio, quando il prezzo del litio aumenta di 12 volte e poi si dimezza nel giro di 3 anni. Ed infine, volatilità delle normative, come dimostrano i recenti rinvii della norma EURO7. Queste fluttuazioni si associano ad una conseguenza radicale. Per l’industria automotive, al mantra secolare basato su scala ed efficienza si sovrappone un nuovo must: innovazione ed agilità strategica. Sono questi gli elementi che i costruttori automobilistici devono ora porre al centro delle loro politiche.”

Produzione batterie: il 75% in mano ai cinesi

“La sfida è ben poca cosa di fronte alla nuova geografia mondiale che sta facendo vacillare le certezze degli europei. Se il motore a combustione, in cui siamo i migliori al mondo, ha resistito per un secolo come barriera all’ingresso a vantaggio degli europei, questi ultimi si trovano ora in una posizione di relativa fragilità. I cinesi controllano il 75% della produzione mondiale di batterie. Percentuale che arriva fino al 90%, quando si tratta di raffinazione del litio. A questo primo squilibrio se ne aggiunge un secondo, ancora più grave: rispetto agli Stati Uniti, che incentivano massicciamente la loro industria, e rispetto ai cinesi, che la organizzano a suon di piani, noi sforniamo regolamenti, spesso con poca coerenza, facendo fatica ad affrontare le sfide in modo olistico. Tracciare il nostro futuro come costruttori automobilistici europei è chiaramente, innanzitutto, una questione di innovazione imprenditoriale. È nostra responsabilità inventare modelli aziendali adatti ai nuovi scenari, investire in nuove tecnologie e proporre offerte commerciali che raccolgano la sfida della mobilità accessibile e sostenibile. È in questo scenario che si aspettano risultati da parte nostra. E da 3 anni Renault non è rimasta con le mani in mano, proponendo- tra le altre iniziative- Ampere, la risposta più concreta e completa di un costruttore europeo alle sfide provenienti da Oriente e Occidente.”

Servono regole stabili

“Eppure, oggi nutro una profonda convinzione: l’industria automobilistica europea non potrà esprimere tutto il suo potenziale senza una reazione collettiva né un potere pubblico in grado di migliorare la competitività del nostro continente e porre gli europei in assetto di battaglia. Dopo aver dedicato tutta la mia vita professionale all’industria automotive, la domanda che ci viene posta oggi, in fondo, mi sembra incredibilmente semplice: l’Europa nel suo complesso ha la volontà di dotarsi di una vera e propria politica industriale per il nostro settore, sostenuta da un ambizioso obiettivo globale e non solo da una caterva di scadenze e multe? A mio avviso, questa dovrebbe essere la nostra priorità assoluta: alcuni principi ed obiettivi chiari, un piano sostenuto da un processo di revisione dinamico per adattarci, perché neanche ciò che ci aspetta sarà un lungo fiume tranquillo! E, come antidoto alla caotica proliferazione dei diktat delle varie autorità, creiamo uno sportello unico delle normative sulla mobilità e l’automobile! Incentiviamo lo sviluppo di un quadro di regole stabili e standardizzazione in tutta Europa, seguendo l’esempio di ciò che i cinesi sono stati capaci di fare con successo. Creiamo tutte le condizioni per far emergere progetti strutturati e campioni europei nelle tecnologie chiave. L’Europa è già stata capace di farlo in passato… con Airbus.”

L’importanza di un modello europeo

È altrettanto urgente anche coordinare gli sforzi dei molteplici settori coinvolti nella colossale trasformazione in corso, perché a quest’ultima non importano le frontiere tradizionali. Perché le sfide come la transizione energetica e la rivoluzione digitale sono fenomeni che interessano trasversalmente più settori. Settore minerario, chimica, energia, industrie manifatturiere, infrastrutture, autorità nazionali e locali devono collaborare: un’orchestrazione complessa, che deve essere portata avanti con successo, da monte a valle. Guardiamo anche cosa stanno facendo i competitor! E non smettiamo mai di adattarci! Di fronte alla Cina e agli Stati Uniti, l’Europa deve inventare un suo modello. Un modello ibrido, tra iniziativa privata e dirigismo pubblico, che ci permetta innanzitutto di tutelarci e rafforzarci per poi ripartire alla conquista del mondo, a medio e lungo termine, sempre in condizioni di reciprocità che garantiscano una sana concorrenza.”

250 miliardi investiti in elettrificazione

I costruttori europei sono assolutamente impegnati a perseguire l’obiettivo della decarbonizzazione. Come dubitarne, quando investono 250 miliardi nell’elettrificazione? D’altro canto, pur condividendo l’obiettivo, pensano di poter dire la loro sul modo di riuscirci: adozione di un principio di neutralità tecnologica, iniziativa della Commissione per incentivare le 200 maggiori città europee ad armonizzare le politiche di mobilità, creazione di aree verdi di sviluppo economico in ogni Paese per favorire la costituzione di cluster, implementazione di una politica di sviluppo del mercato delle auto elettriche compatte ed economiche per garantire che l’auto resti accessibile a tutti e ridurre l’impatto della mobilità nelle città e sull’ambiente. Creazione di un ecosistema per la produzione e distribuzione dell’idrogeno o software … Ecco alcuni esempi concreti delle catene del valore che si possono comprendere solo con il lavoro di squadra. Che le autorità pubbliche ne individuino 10 di questo tipo, strategiche e prioritarie! Penso che basterebbe che lanciassero iniziative trasversali, su scala europea, costringendo i settori interessati a coordinarsi in base al principio della condizionalità per far partire la macchina e porre l’Europa al livello che ci meritiamo. Queste sono solo alcune delle proposte con cui oggi contribuisco al dibattito. Perché queste sfide interessano tutti, politici, costruttori, stakeholder, cittadini. Per tracciare la strada di una risposta condivisa e di una mobilitazione collettiva, riportiamo l’auto al centro di un dibattito pubblico solido e ispirato dai fatti. Smettiamola di vedere l’industria automotive come il problema e diventerà parte della soluzione!”

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