Biografie

Luigi Einaudi, l’America e noi

L’11 marzo al Centro Studi Americani, si chiude un percorso di studi sul pensiero e l’eredità del politico, economista e giornalista piemontese

Luigi Einaudi (LaPresse) e la bandiera degli Stati Uniti (Agf)

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Per tutta la vita Luigi Einaudi guardò con grande interesse agli Stati Uniti in rapporto ai problemi europei, sia per ragioni di filosofia politica (il federalismo) sia di economia politica, legate al posto e al ruolo assunto dagli Stati Uniti nell’economia e nella finanza mondiale. Si possono individuare cinque fasi.

Nella prima fase, tra fine Ottocento e inizio Novecento, l’originario riferimento del giovane Einaudi agli Stati Uniti d’Europa è ispirato all’esperienza ideale e storica degli Stati Uniti, come ricorderà mezzo secolo più tardi in occasione del duecentoventesimo anniversario della nascita di George Washington.

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Nella seconda fase, tra la Grande guerra e il primo dopoguerra, Einaudi inizia a battere sul tasto della cooperazione con gli Stati Uniti, con l’occhio alla sistemazione dei debiti interalleati. Come può l’Europa onorare i suoi debiti? Per l’Italia vi sono due modi: le rimesse degli emigrati; e l’esportazione di merci italiane in America. “Ma gli Stati Uniti – scrive sul Corriere della Sera – respingono gli emigranti e mettono dazi sulle merci italiane. Gridano di voler essere pagati e distruggono i mezzi di pagamento”.

Nel 1926 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze: Columbia, Harvard, Princeton. I suoi rapporti con gli economisti americani sono antichi, incluso l’economista monetario Irving Fisher.

Nella terza fase, negli anni Trenta, si fa interprete critico del New Deal. Vi riconoscerà più avanti alcune tra le poche forme di intervento nell’economia ritenute accettabili, come la Tennessee Valley Authority della quale molto si occuperà il figlio Mario, che nel 1933 si trasferisce negli Stati Uniti e che di quell’esperienza diviene un attento osservatore. Nel 1934 Einaudi scrive la prefazione all’edizione italiana di un libro dell’allora Segretario all’Agricoltura e futuro vicepresidente degli Stati Uniti, Henry A. Wallace. Il libro si intitola Che cosa vuole l’America? ed è uno dei primissimi stampati dall’altro figlio, l’editore Giulio. Spera ancora che, dopo la grande crisi del 1929, l’America mantenga una posizione internazionalista.

Nel dopoguerra il legame con gli Stati Uniti si rafforza. Sono gli anni in cui Einaudi è governatore della Banca d’Italia; ministro del Bilancio e vicepresidente del Consiglio nel quarto governo De Gasperi; Presidente della Repubblica. Con loro l’Italia fa la scelta di un’economia aperta all’Europa e al mondo.

Nella quarta fase, negli anni Quaranta, sostiene l’adesione dell’Italia agli accordi di Bretton Woods e una buona gestione del piano Marshall. Difende la cooperazione: “Molta gente – dichiara al Tempo – ritiene che il commercio si fondi su un lucro che qualcuno o qualche paese fa ai danni di altre persone o di altri paesi. Questa è una nozione propria delle epoche e dei popoli che vivono di rapina (…) Gli Stati Uniti non possono sperare di incrementare produzione e traffici se si trovano di fronte a popoli poveri. Gli Stati Uniti non potranno raggiungere un maggior grado di prosperità finché l’Europa rimane in condizioni di miseria”. L’integrazione europea nasce sotto la spinta degli Stati Uniti per rafforzare interessi e valori comuni.

Nella quinta fase, negli anni Cinquanta, si affacciano timori e proposte. Prepara un memorandum sulla ratifica italiana della Comunità europea di difesa. “Vi sono gravi elementi di preoccupazione nella situazione internazionale”, scrive nel 1954. “La tendenza degli Stati Uniti a adottare una politica di ‘sacro egoismo’ è ogni giorno più marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali di riduzione dei carichi fiscali, il ricorso alla strategia atomica contribuiscono allo stesso risultato: un progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà diventare politico e militare, dall’Europa”.

Per Einaudi la Comunità di difesa va sostenuta. Da una parte, per favorire l’integrazione, giacché secondo lui, un esercito europeo potrà dar luogo a un bilancio europeo; e un bilancio europeo a un parlamento europeo. Dall’altra, per evitare il distacco transatlantico, giacché, scrive, “un atto di energia e serietà in Europa può arrestare questa tendenza. Una ulteriore indecisione non può che affrettarla”.

Sono parole d’oro, che meritano di essere attentamente meditate anche oggi.

Professore ordinario di Storia dell’Economia all’Università Europea di Roma (UER)

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