Madame Bovary c’est moi
di Giuseppe Scaraffia
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«Donna. - Persona dell’altro sesso. Una delle costole di Adamo. Non dite: “Mia moglie”, ma “La mia sposa” o, meglio ancora, “La mia metà”». Scriveva Gustave Flaubert - di cui quest’anno ricorrono i due secoli dalla nascita - nel Dizionario dei luoghi comuni, liquidando tutta la stupidità riduttiva dei maschi nei confronti delle femmine. Però proprio lui, l’uomo che in uno dei secoli più misogini era stato talmente attento al disagio della femminilità da denunciarla in Madame Bovary, era stato dilaniato per tutta una vita da un rapporto contraddittorio con le donne. Proprio lui, che si era identificato con la sua velleitaria eroina al punto di proclamare: «Madame Bovary sono io!», non era mai riuscito a vivere un amore fino in fondo.
Dopo la sua prima, esaltante esperienza con l’avventurosa Eulalie Foucaud, rievocata in Novembre, si era allontanato, intimorito dall’ardore con cui veniva ricambiato. Salvo poi indugiare nostalgicamente col pensiero su quelle ore incancellabili. Lui che le ha scritto «averti posseduta ed essere privato di te è un supplizio atroce, infernale», tenta poi di ridurre tutto a un cinico commento: «La donna è un animale volgare di cui l’uomo si è creato un ideale troppo bello».
In Elisa Schlésinger, di undici anni più anziana di lui, l’adolescente aveva assaporato un impossibile amore dalle sfumature filiali. Non a caso era rimasto folgorato dallo spettacolo di lei che si scopriva un seno «palpitante» per allattare. Eppure restava impensabile consumare il rapporto platonico con Elisa, la futura madame Arnoux dell’Educazione sentimentale. «Ho avuto una sola vera passione. Avevo sedici anni».
L’incontro con un’irruente, romantica poetessa, Louise Colet, pronta a vivere la sua passione fino in fondo, indifferente ai giudizi della gente, l’aveva inizialmente stregato, salvo poi iniziare una rapida ritirata culminata in una scena penosa: Louise, stanca di inseguirlo, aveva infranto i suoi divieti, presentandosi non invitata nel suo eremo di Croisset. Gustave non poteva tollerare quell’intrusione in una parte della sua vita dominata interamente dall’amatissima madre, «la creatura che ho amato di più». Eppure proprio lei, sempre pronta a reclamare la sua presenza, gli aveva sempre rimproverato la sua durezza con la Colet. «È il solo punto nero tra me e la mamma». Meglio allora le varie donne disponibili con cui intrecciava rapporti senza conseguenze. Flaubert infatti non riusciva a sopportare la segreta complementarità tra l’amore e il sesso, due invasori inquietanti da tenere a bada per proteggere il delicato territorio della scrittura. «Sono stanco delle grandi passioni, dei sentimenti esaltati, degli amori furibondi e delle disperazioni rumorose».
Per Flaubert il sesso senza sentimenti era soltanto un bisogno immaginario, a cui, sosteneva, era possibilissimo rinunciare. Il suo non era un giudizio etico, ma una semplice constatazione: per avere una reale soddisfazione «ci vuole un po’ d’emozione». All’inizio del viaggio in Oriente con l’amico Maxime Du Camp, Gustave aveva resistito al richiamo della prostituzione. Gli sembrava che l’assenza di emozione rendesse insapori quelle esperienze. Malgrado ciò dopo qualche giorno il suo percorso aveva iniziato una serie di frenetiche avventure mercenarie. Quando a tratti emergeva l’inconsistenza di quei rapidi amplessi, cercava di eluderla con la sguaiatezza che punteggia tante lettere di uno degli uomini più raffinati e sensibili dell’epoca. La stessa che si trova negli scambi tra Stendhal e Mérimée. In fondo, riassumeva quel dissipato viaggiatore, «la donna orientale è una macchina e niente di più».

