Attualità

Madri e padri single: genitori soli cresciuti del 15% dal 2014

In base ai dati Istat sono 3 milioni i nuclei monoparentali, mentre le coppie con figli sono calate del 12 per cento. Il 27% ha bambini under 13. In un caso su otto sono madri, il 16% sono donne nubili (+55% nel decennio)

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Nel pieno dell’inverno demografico, mentre le nascite toccano nuovi minimi, in Italia i genitori sono sempre più soli. I nuclei monoparentali sono in costante aumento: negli anni 80 le famiglie composte da un solo genitore con uno o più figli minori erano 500mila; nel 2014 erano arrivate a 2,56 milioni; oggi sono circa 3 milioni. Con un incremento del 15% in dieci anni.

A dirlo sono i dati Istat sull’ampiezza e la tipologia delle famiglie italiane, calcolati in base alla media biennale di riferimento e aggiornati al 2023. Il trend, esaminato dal Sole 24 Ore del Lunedì, è ancora più marcato se accostato a quello, parallelo, delle coppie con figli: queste ultime risultano invece in calo del 12% nello stesso arco di tempo.

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L’identikit

In pratica, mentre l’Italia perdeva 1,5 milioni di famiglie composte da coppie con figli, i “monogenitori” sono aumentati di 390mila unità. Restano stabili, invece, le coppie senza figli (+1,3%).

L’aumento delle madri e dei padri single, con uno o più figli, sembra in linea con il contestuale aumento delle persone che vivono sole: 8,8 milioni all’anagrafe nel 2023, rispetto ai 7,6 milioni del 2014. I mutamenti nei formati familiari riflettono le trasformazioni demografiche e sociali in atto: i cambiamenti degli stili di vita, la contrazione della fecondità, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, la crescente instabilità delle relazioni di coppia e il prolungamento della durata di vita favoriscono la formazione di queste strutture familiari, sempre più piccole, che si allontanano dal modello tradizionale.

IL QUADRO

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Nell’82% dei casi si tratta di madri sole con uno o più figli, anche se nel periodo esaminato la crescita dei padri single è più marcata (+18% nel decennio rispetto al +14% delle madri). La quota maggiore per stato civile (il 48%) è formata da genitori separati o divorziati; quella in maggiore crescita è costituita dalle donne nubili (+55% sul 2024), che oggi rappresentano il 16% dei nuclei monoparentali. Nel 27% delle “mini-famiglie” vivono bambini con età inferiore a 13 anni.

Le maggiori difficoltà

I monogenitori vivono più spesso in condizioni di maggiore difficoltà, rispetto alle coppie con figli. Durante la pandemia, in particolare, hanno faticato maggiormente a gestire la situazione sia dal punto di vista logistico che economico.

Il 17% dei minori di 16 anni che vivono in questa tipologia di famiglie si trova in condizioni di deprivazione sociale o materiale nel 2021. Era il 14,9% nel 2017. Le fragilità possono consistere nella difficoltà di assicurare pasti sani, sostituire gli indumenti, riscaldare adeguatamente la casa, acquistare giochi oppure permettersi libri o attività di svago.

Un solo genitore, con un solo reddito, è più esposto a imprevisti di natura economica oltre che maggiormente gravato dal lavoro e dalle responsabilità domestiche. Secondo l’Istat nel 2022 il rischio di povertà o esclusione sociale ha raggiunto il 39,1% dei nuclei monoparentali, rispetto al 27,2% delle coppie con figli minori. In particolare quattro minori su dieci che vivono con una madre sola sono “a rischio povertà”, mentre se il genitore solo è un uomo tale incidenza scende al 27,6 per cento.

Pesano la minore intensità lavorativa delle donne e la questione abitativa: il 31% delle madri sole con un figlio minore di 16 anni vive in affitto.

Le politiche familiari

È importante, dunque, che le politiche familiari prevedano aiuti e forme di supporto ad hoc. Ma non sempre il legislatore è stato attento verso i genitori single. Lo scorso ottobre, ad esempio, l’agenzia delle Entrate ha dovuto esplicitare in una circolare che il Bonus Natale da 100 euro spettava in busta paga anche alle famiglie monogenitoriali con un reddito complessivo non superiore a 28mila euro e almeno un figlio a carico. Il testo normativo, infatti, prevedeva tra i requisiti anche l’avere «un coniuge a carico», escludendo - stando al tenore letterale della norma -i casi in cui l’altro genitore ad esempio è deceduto, non ha riconosciuto il figlio nato fuori del matrimonio o nel quale il figlio è stato adottato da un solo genitore o affidato a un solo genitore. Anche l’assegno unico, inoltre, prevede maggiorazioni in presenza di un secondo percettore di reddito per non disincentivare il lavoro femminile e sostenere il rientro delle madri post maternità. Ma in questo modo si apre un problema: se è logico non incentivare i nuclei dove il secondo genitore è inattivo, meno logico è lasciare senza maggiorazioni quei nuclei in cui per natura c’è un solo reddito.

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