Mai pensato di fare il turista del silenzio? O di seguire le tracce del chiodo d’oro?
L’Antropocene non è solo un fenomeno visibile, ma anche un’esperienza acustica. Un viaggio in compagnia degli ecologi che collezionano suoni e promuovono il quiet tourism
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Quest’anno una commissione di scienziati è al lavoro per trovare il punto esatto in cui osservare l’inizio dell’Antropocene, l’era geologica che ha preso avvio quando gli esseri umani hanno cominciato a cambiare la forma fisica del pianeta. Gli esperti sono alla ricerca di quello che in geologia si chiama il chiodo d’oro e ritengono di averlo trovato sul fondale del Crawford Lake, un grande specchio d’acqua dell’Ontario, in Canada. Lì sarebbe visibile «il codice a barre completo dell’umanità». Dentro gli strati sottomarini del lago ci sono le tracce di tutto quello che abbiamo fatto e siamo diventati: test nucleari, CO2 in atmosfera, inquinamento dell’aria, colonizzazione di alluminio, cemento e plastica. Ma se l’Antropocene fosse anche un’esperienza acustica? Forse non abbiamo bisogno solo di razionalità scientifica, per accettare questo cambiamento, ma anche dei sensi e in particolare di un senso ecologicamente molto sensibile: l’udito. È questa l’ipotesi da cui è partito Louis Braddock Clarke, ricercatore e artista del suono, che alla Biennale Musica a Venezia ha presentato il suo nuovo lavoro, Weather Gardens. «L’ecologia prova sempre a rendere visibili i cambiamenti climatici, io invece provo a renderli udibili», sintetizza Clarke. Weather Gardens è un’installazione che si ascolta col corpo, prima ancora che con le orecchie, perché quelli raccolti dall’artista sono infrasuoni, su una banda compresa tra 0 e 20 hertz, impossibili da ascoltare per gli esseri umani, registrati con microfoni speciali e trasmessi dentro l’opera da un sistema di subwoofer attraverso tre pannelli metallici ultra sensibili. «Ho provato a creare una prospettiva sonora di cosa significa Antropocene: fanno vibrare gli occhi e lo stomaco, qualcuno li trova angoscianti, per altri invece è una sensazione quasi liberatoria». È come essere a un rave techno intimo, sonorizzato con i suoni del nostro mondo sul punto di rompersi. Clarke ha costruito, insieme a un team di tecnici specializzati, dei microfoni barometrici che misurano la pressione, modellati su quelli che venivano piazzati per captare le esplosioni dei test nucleari e che lui invece usa per raccogliere i suoni di iceberg che collassano, di vulcani che esplodono, delle città in movimento e delle guerre lontane. Ne ha posizionati quattro: su un ghiacciaio nel nord della Groenlandia, su un vulcano al centro dell’Atlantico, in Olanda e a Venezia, nei dintorni dell’Arsenale. «I microfoni sono in grado di ricevere suoni locali, a Venezia si sente il rumore profondo delle tantissime barche che attraversano i canali, ma anche rumori a grande distanza, gli aeroplani in cielo o i movimenti dell’Etna e addirittura i bombardamenti in Ucraina».
Questa pasta sonora è stata assemblata per diventare i cinquanta minuti di suono dell’Antropocene presentato a Venezia in Weather Gardens. La strategia della ricerca, spiega Clarke, «è usare i microfoni in modo politico e trasformarli in strumenti per sintonizzarsi sul suono di un pianeta che cambia, rendendo udibile l’inudibile». Non è il solo a provarci. Quello delle opere di Clarke è un terreno di ricerca diventato ormai fertile, con tanti ricercatori al confine tra scienza, divulgazione e arte che cercano di rendere materialmente percepibili alle nostre orecchie esperienze a cui avremmo accesso solo come contenuti intellettuali o al massimo visuali, come la crisi climatica e il collasso ecologico. È la traccia scelta anche dall’ecologo dei paesaggi sonori Bernie Krause, che da anni, dopo la première alla Fondazione Cartier di Parigi, porta in giro la sua Great Animal Orchestra (passata anche alla Triennale di Milano), la voce degli habitat globali che provano a resistere alla sesta estinzione di massa. La sua biblioteca comprende oltre 5mila ore di suoni selvatici, spesso offerti dalle specie meno carismatiche e rappresentate, che vanno dai 6mila hertz degli insetti della foresta pluviale della Repubblica Centrafricana ai 2mila hertz degli iraci, piccoli erbivori dell’Africa o del Medio Oriente. Come spiega Krause, uno dei problemi nel nostro rapporto con la natura è riconoscerne la soggettività, la voce, e quindi si potrebbe dire che è innanzitutto un problema acustico. Ci servono modi per metterci fisicamente in ascolto. Ed è per questo che Krause ha creato queste narrative animali, che sono allo stesso tempo testimonianza e testamento, dal momento che il 70 per cento degli ecosistemi della Great Animal Orchestra sono nel frattempo già degradati o scomparsi, se non nella forma di sbiadite fotografi
e o dei suoi calchi acustici. Un altro ecologo dei suoni è Gordon Hempton, la sua è una specializzazione ancora più sofisticata: cercatore di silenzio. La sua equazione di partenza è semplice: «Gli ecosistemi più in salute sul pianeta sono anche i più silenziosi», dove ovviamente il silenzio, nella sua interpretazione ecologica, è quello degli umani, dei loro manufatti e dei loro danni. Dopo anni di ricerca, Hempton ha anche co-fondato uno schema di certificazione affascinante ma dagli obiettivi un po’ paradossali, che ci dicono molto anche su come è complesso il nostro rapporto col non umano. La no profit Quiet Parks International promuove il quiet tourism, il turismo del silenzio, certificando i luoghi che sono in grado di offrirlo, mettendo allo stesso tempo a rischio il silenzio stesso. Un osservatore modifica sempre quello che sta osservando, per quanta attenzione possa fare alla sostenibilità della sua presenza. Probabilmente vale anche per un ascoltatore.
PAESAGGI SONORI LOUIS BRADDOCK CLARKE. GORDON HEMPTON. BERNIE KRAUSE, “The Great Animal Orchestra”.



