Manifestare emozioni al lavoro: uno stimolo, non un segno di debolezza
Essere capaci di empatia rimane una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per contribuire allo sviluppo di relazioni efficaci e generative
di Massimo Calì *
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Recentemente un professionista è andato in pensione e, durante i festeggiamenti con i suoi amici e colleghi, è stato lungamente e pubblicamente fotografato e filmato mentre piangeva con loro, sciogliendosi in lunghi abbracci, tenendosi con alcuni di loro addirittura per mano. È una non notizia, se non fosse che quella commozione e tutte le emozioni che quei professionisti non si sono peritati di nascondere, hanno reso partecipi e grati di non esserne stati esclusi anche i tanti che, per mestiere o ammirazione nei confronti del professionista in questione, seguivano la festa dalle tribune o in televisione, trattandosi del pensionamento di Roger Federer, che a 41 anni ha salutato definitivamente il tennis agonistico.
Cosa c’entra con noi e con questioni aziendali e manageriali? È un nuovo spunto di cronaca per tornare a riflettere sulle emozioni al lavoro (per quanto il “lavoro” da cui partiamo sia quello un po’ anomalo di un campione sportivo). Anche solo per moda, persino gli ambienti più rigidi, formali e paludati prendono ormai in considerazione che le emozioni non si possano lasciare fuori dalla porta.
Al tempo stesso qualche interrogativo, organizzativo e anche individuale, su cosa “farsene” delle emozioni nelle situazioni lavorative, rimane. Perché se è vero che sono sempre più ammesse, credo che resista un paradigma per cui accoglierle è in fondo un gesto doveroso nei tempi che cambiano, ma pur sempre di magnanimità nei confronti di coloro che proprio non riescono a trattenerle; mentre invece essere riservati, tenerle per sé, darsi un contegno (che deriva da “contenere”) rimane comunque preferibile, in quanto segnale di consapevolezza, autocontrollo, rispetto per gli altri (in fondo siamo qui per lavorare, mica per consolarci a vicenda) e alla fine addirittura di “essere professionale”.
E allora cosa farcene? La domanda non è peregrina anche solo perché le emozioni non si possono non provare. Allora può valere la pena partire da un caso particolare, come quello di Federer, che è l’ennesima dimostrazione di come sia difficile anche solo pensare di ricacciarle in gola quando si mette così tanta passione in quello che si fa.
E in epoca di quiet quitting, great resignation, pandemie, crisi mondiali e ripercussioni anche economiche significative, credo sia davvero il caso di chiedersi se non siano addirittura auspicabili, come indicatore del fatto che si mette una tale motivazione intrinseca in quello che si fa. Oppure come inevitabile segnale e conseguenza del fatto che si sta passando attraverso prove che possono davvero scuotere nel profondo.

