Manovra, così le tasse potrebbero aumentare nonostante la flat tax
di Marco Mobili
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La prima manovra gialloverde nella partita del dare e avere dal Fisco, almeno nel 2019, rischia di presentare per una parte dei contribuenti un conto salato. La Nota di aggiornamento al Def, nel confermare le promesse di crescita e sviluppo sottoscritte dal governo Conte nel contratto Lega-M5S, che vanno dalla flat tax per le partite Iva alla mini-Ires per chi reinveste gli utili, precisa che saranno abolite sia l’imposta sul reddito imprenditoriale (Iri) sia l’aiuto alla crescita economica (Ace).
E potrebbe non bastare, visto che sul fronte delle maggiori entrate si annunciano, rinviando i dettagli alla manovra 2019-2021, anche aumenti che «proverranno da modifiche di regimi agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d’imposta» sulla falsariga di quanto accaduto anche nel recente passato (governi Berlusconi e Letta) con il cosiddetto “gioco” sugli acconti.
Per saperne di più: Def, in arrivo manovra da 36-40 miliardi. Le misure
È ancora presto per poter definire con certezza se si registrerà, almeno nel primo anno, un aumento della pressione fiscale. Solo con la manovra, attesa entro il 20 ottobre, si potrà davvero capire se l’avvio della flat tax per le partite Iva e la mini-Ires bilanceranno in termini di diminuzione della pressione fiscale l’addio all’Ace e all’Iri. Per ora il dubbio è più che legittimo anche perché alle due misure, che miravano a sostenere la crescita delle pmi, erano stati affidati obiettivi di riduzione del carico fiscale per oltre 3 miliardi. Con l’addio all’Iri, ad esempio, a pagare la diminuzione del carico fiscale per le partite Iva saranno tutti i contribuenti non organizzati in forma societaria ma che puntavano su una modalità di tassazione al 24% più simile a quella prevista, appunto, per le società e non come accade oggi con l’Irpef delle partite Iva.
Per saperne di più: Pensioni, tasse, reddito di cittadinanza: il testo del Def

