L’intervista - Antonio Marcegaglia

«Marcegaglia non starà ferma, fatturato record a 7,5 miliardi»

Avere perso il testa a testa con Arvedi per il controllo di Terni, puntualizza Antonio Marcegaglia, alla guida dell’omonimo gruppo siderurgico con la sorella Emma, non ha impattato sul sentiero di sviluppo

di Matteo Meneghello

(Imagoeconomica)

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Il gruppo Marcegaglia guarda oltre Ast, anche con soluzioni trasformative, nel cassetto già da tempo come opzioni di sviluppo alternative alla pista ternana. Piani che potranno essere finanziati con 540 milioni di cassa e a valle di un bilancio che nel 2021 si annuncia come il migliore della storia, con 7,5 miliardi di fatturato, +50% sul 2020. Avere perso il testa a testa con Arvedi per il controllo di Terni, puntualizza Antonio Marcegaglia, alla guida dell’omonimo gruppo siderurgico con la sorella Emma, non ha impattato sul sentiero di sviluppo. «Resto convinto che Marcegaglia fosse la realtà in grado di esprimere più di chiunque altro in Europa maggiori sinergie industriali e commerciali con Ast - spiega -. Detto questo, il nostro modello di business non dipende certo dall’esito della vicenda di Terni, ma questo non vuol dire che ora staremo fermi. Abbiamo opzioni alternative per la crescita, e riguardano sia inox, con piani e tubi, sia il carbonio, con scelte m&a in Italia o all’estero, sia a monte che a valle». Opzioni che, non nega il presidente, possono riguardare anche soluzioni «trasformative», come «una jv o una integrazione con altri player. Non lo escludiamo - dice -. Le stiamo mettendo tutte in fila, sono progetti nati anche prima della gara per Ast o in parallelo, e presto potrebbero maturare». Tra questi, uno già concreto riguarda l’investimento in H2gs, la start up svedese che punta a produrre acciaio a zero emissioni utilizzando idrogeno verde. «Non è un investimento simbolico - spiega Marcegaglia -. Siamo cofondatori, siedo nel supervisory board e il gruppo parteciperà ai successivi round di finanziamento. Siamo partner commerciali per il Sud Europa, un impegno che ci porterà a ritirare 250mila tonnellate, che potranno diventare 500mila in breve tempo». Sempre sul fronte degli acquisti, Marcegaglia confida, di potere estendere anche alla futura Ast «il rapporto storico maturato con Arvedi» nell’acciaio al carbonio. Nessuno scossone poi, in questi mesi, con l’ex Ilva: nonostante le difficoltà «le forniture sono rimaste stabili e con il piano che prevede 4,4 milioni di tonnellate di produzione, incrementeremo». Infine, il gruppo guarda con attenzione alla volontà di investimento in Italia dell’ucraina Metinvest. «Siamo già buoni clienti - spiega -. Qualora dovessero avviare un nuovo impianto, una quota di produzione potrebbe essere ritirata da noi; sarebbe una naturale prosecuzione del rapporto».

Il gruppo ha chiuso pochi giorni fa il bilancio del primo semestre con ricavi per 3,6 miliardi, +56% sullo stesso periodo del 2020, e +40% sul 2019. «In proiezione - spiega - dovremmo riuscire a toccare i 7,5 miliardi, il livello più alto di fatturato mai raggiunto nella storia del gruppo. Anche per volumi e marginalità ci aspettiamo soglie record. La congiuntura ha aiutato, ma non è solo prezzo. Parte del merito è dovuto anche ai volumi e al mix». Nei sei mesi, intanto, l’Ebitda è stato di 303 milioni, più di quanto realizzato nell’intero 2020. La pfn, migliorata per circa 100 milioni, è negativa per 380 milioni. «Un risultato significativo - spiega Marcegaglia -, considerando l’impegno di circolante e in Capex, in accelerazione nel 2020 nonostante il Covid, con 90 milioni di investimenti, e 78 nella prima metà del 2021».

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Il mercato, nel giudizio di Marcegaglia resta positivo. «La domanda reale è ancora robusta - spiega -, e lo sarà anche l’anno prossimo, in Italia anche più che in Europa. La domanda apparente deve fare i conti con una pausa dell’effetto restocking, ma è fisiologica e crea, insieme con l’assestamento cinese, un supporto significativo per il futuro». Un quadro di crescita che infine giustificherebbe, per il presidente, anche una revisione della Salvaguardia, eretta fino a oggi a difesa delle produzioni Ue. «Mi ero espresso a favore della misura - spiega -, ma ora ritengo ci sia spazio per un allentamento e per nuove considerazioni».

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