Marinella, dalle detenute del supercarcere le cravatte per la Polizia
di Vera Viola
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Taglio, cucito, stiratura, confezione: ed ecco che le cravatte, con tanto di logo della storica casa di moda da uomo napoletana, E.Marinella, sono pronte per cingere il collo degli agenti della Polizia penitenziaria cui saranno donate. Queste cravatte, però, non escono dal laboratorio sartoriale della Riviera di Chiaia a Napoli, ma da quello del carcere femminile di massima sicurezza di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.
L’impegno di Marinella nelle carceri campane non è una novità. Il primo progetto, che risale a quattro anni fa, è stato realizzato nel carcere femminile di Pozzuoli. La seconda edizione invece ha impegnato una platea più difficile: quella delle detenute per reati gravi (terrorismo o mafia) a Santa Maria Capua Vetere. E ora si sta per avviare il terzo progetto, nello stesso penitenziario, che partirà a giugno.
Qui, a Santa Maria Capua Vetere, le misure di sicurezza da rispettare sono tali che le donne cui è concesso di partecipare all’iniziativa della scuola di cucito (non più di dieci su 60) non possono uscire dal carcere ma devono svolgere l’intero apprendistato e lavoro nel laboratorio interno. Un laboratorio che, tra l’altro, è uno dei più attrezzati di macchinari anche molto avanzati. Al quale sta per esserne aggiunto un secondo. Il regime di grande rigore e la dura pena a cui sono state condannate fanno sì che le detenute apprezzino particolarmente l’occasione di impegnarsi in un progetto e di occupare il tempo in attività manuali. Cosicché i risultati sono giudicati molto interessanti.
«Vogliamo dare una luce diversa agli occhi di queste persone – dice Maurizio Marinella, amministratore unico dell’azienda – e far sì che possa esserci un futuro per chi finora non lo ha mai visto». Quali ricadute un progetto del genere può avere sulla azienda? «Non ci penso – aggiunge Marinella – agiamo semplicemente con lo spirito di dare una mano».
«È stato necessario assumere due coordinatrici – spiega la direttrice del carcere Donatella Rotundo – che svolgono il ruolo di ponte tra l’azienda napoletana e il laboratorio di Santa Maria Capua Vetere». Le due sarte, Anna e Sonia, hanno frequentato per tre settimane il laboratorio di Marinella di via Riviera di Chiaia, per imparare come lavorare le famose cravatte e, solo dopo questa full immersion, hanno portato l’esperienza fatta nel laboratorio penitenziario. Tra tavoli, rocchetti di cotone e grandi forbici, sono ammesse a lavorare solo le detenute che per almeno sei mesi si siano distinte per la buona condotta, sapendo che il lavoro può anche diventare occasione per ottenere una misura premio. In totale, sono impegnate tutti i giorni dalle 8 e 30 alle 12 e 30 e dalle 13, 30 alle 16,30 e ricevono una paga che, secondo legge, è pari ai due terzi di quella prevista dal contratto collettivo nazionale di categoria. E così oggi, sebbene l’apprendistato sia finito a settembre, le dieci detenute continuano a produrre le cravatte con marchio Marinella per la Polizia penitenziaria e altre in seta blu da utilizzare come dono istituzionale a disposizione del ministero dell’Interno. «Le detenute sono entusiaste – spiega Anna Varriale, una delle due sarte – e sanno di apprendere un mestiere che domani sarà spendibile».


