Martin Scorsese 'priest and gangster' in Rebecca Miller's portrait
All the director's demons in the documentary about his life 'Mr Scorsese' debuting on Apple TV+ and premiering at NYFF
New York - La Sinfonia n. 45 in Re maggiore, K. 95: I. Allegro di Mozart che apre Fuori orario (1985) suona come l’anabolizzante ideale per salire sul ring della vita - e del cinema - del regista di Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi e Taxi Driver. È il contrasto comico a quasi tutto ciò che Martin Scorsese combinerà dopo The King of Comedy e New York, New York, per dirla con le parole di Vincent Canby del New York Times. Un dopo in cui nulla è equilibrato, prevedibile e coerente. L’arte di questo imperatore (o “santo” secondo Isabella Rossellini, sua moglie dal ‘79 all’83) è quella di incantarci con una risata, una genuflessione cattolica, una civiltà perduta, un western, due missionari portoghesi del XVII secolo; c’è un senso di minaccia che aumenta di sguardo in sguardo nel ‘signor Scorsese’, non si può mai essere sicuri in nessun momento che la sua parlantina o il suo umorismo non esploda in un bagno di sangue. Ecco perché Mr. Scorsese di Rebecca Miller - al
Lower East Side (Elizabeth Street)
I primi due episodi presentano Scorsese tra la veranda di casa, il salotto, taverne luminose e strade del Lower East Side (Elizabeth Street) mentre chiacchiera con amici d’infanzia e racconta di quanto aspro fosse il quartiere in cui è cresciuto, un ‘crocevia di cinque famiglie mafiose’ - boss, ladri, ubriaconi e corpi martoriati. Scorsese ha chiaramente vissuto tutto in prima persona, ma la sua asma lo ha salvato dal timbro della malavita, tenendolo nella camera da letto per periodi prolungati. Dalla sua finestra, guardava quel quartiere color carne e spirito articolarsi da finestra a finestra, dal vetro all’asfalto. Come suggerisce lo sceneggiatore Nicholas Pileggi, il confinamento lo ha formato e preparato a vedere il mondo attraverso le inquadrature cinematografiche e gli storyboards. Scorsese stesso attribuisce a quel punto di vista formativo il motivo per cui ama le riprese dall’alto, mentre Spike Lee interviene per dire, a nome di tutti i fan di Martin, ‘Grazie a Dio per l’asma, altrimen
Dagli occhi di Rebecca Miller, persino la violenza di Mean Streets e Taxi Driver assume tonalità calde e familiari con il contributo di Jodie Foster, che racconta quanto fosse “giulivo” il suo regista sul set. “Era eccitato per il modo in cui veniva prodotto il sangue” dice. “E, quando stava per far saltare la testa al tizio, lo divertiva sistemare piccoli pezzi di polistirolo nel sangue così che quel liquido viscoso si attaccasse al muro e rimanesse lì”. La Motion Picture Association of America (MPAA) assegnerà a Taxi Driver una classificazione X (designazione simile alla NC-17 di oggi, che limita enormemente la sua distribuzione) provocando un corto circuito tra l’autore e l’industria. All’epoca, Columbia Pictures era “molto seccata a causa dell’uso della violenza, del linguaggio e della rappresentazione inquietante di New York nel film”. Lo studio chiese a Scorsese di rimontare il film per ottenere un rating più redditizio commercialmente; in caso contrario, lo av
Capitolo per capitolo, il documentario-ritratto in cinque parti di Rebecca Miller svela i demoni fratelli - estasi e furia - che guidano ancora Scorsese, un animo imbevuto di inconciliabili sensi di colpa e rabbia ma anche un magnete per amici e collaboratori: nel doc fanno capolino star come De Niro e DiCaprio e i partner di scrittura Paul Schrader e Jay Cocks. La (vera) ispirazione per il Johnny Boy di De Niro appare per rispondere a domande sul personaggio e non delude le aspettative. Daniel Day-Lewis racconta L’età dell’innocenza, DiCaprio torna sui misfatti di The Wolf of Wall Street, mentre si alternano home movies e frammenti di Italianoamerican (1974), uno dei suoi lavori più personali (Martin Scorsese si siede con i suoi genitori, Catherine e Charles, nel loro appartamento di New York per una discussione a ruota libera che tocca la storia familiare, l’esperienza da immigrati e il significato dell’identità italoamericana).
Woodstock
È a partire dal documentario Woodstock del 1970 - a cui Scorsese lavorò senza sonno né cibo (e parecchie zecche addosso) in parte come co-regista, prima di finire unicamente in mano a Michael Wadleigh - che si deve uno dei tanti ‘salvataggi’ ad opera della montatrice di lunga data Thelma Schoonmaker. In sala montaggio, Schoonmaker e Scorsese misero a punto la tecnica dello split-screen per gestire le 120 ore di riprese. Si erano già incontrati alla New York University a metà degli anni Sessanta, durante un corso di cinema di sei settimane. Schoonmaker fu incaricata da un professore di aiutare Scorsese a riparare un edit su uno dei suoi primi cortometraggi studenteschi (What’s a Nice Girl Like You Doing in a Place Like This?). Un negative cutter aveva compromesso l’opera, non lasciando un numero sufficiente di fotogrammi negativi per la giunzione. Da quel momento Schoonmaker non lo abbandonerà più: dal primo lungometraggio indipendente di Martin, Who’s That Knocking at My Door, all’ul


