INTERVISTA

Matteo Ward: «Dai salari parte un circolo virtuoso per la moda sostenibile»

Dopo il distastro di Rana Plaza l’imprenditore ha lasciato il lavoro in Abercrombie&Fitch e ha co-fondato Wråd, società che affianca le aziende nel loro percorso verso una maggiore sostenibilità. Un lavoro complesso e a 360 gradi. È diventato consulente della Ue

di Marta Casadei

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«Se avessi davanti tre bottoni e schiacciandone uno potessi iniziare davvero a cambiare le cose, sceglierei sicuramente quello del miglioramento delle condizioni di lavoro e dei salari dignitosi . Solo così si può innescare un meccanismo virtuoso che può portare al cambiamento: la povertà sistemica è la causa primaria della crisi ecologica perché impedisce di fare scelte diverse da quelle per la sopravvivenza». A parlare è Matteo Ward, classe 1986, co-fondatore e ceo di Wråd, società che affianca le aziende nel loro percorso verso una maggiore sostenibilità: è uno degli addetti ai lavori che si adoperano all’interno del sistema per spingerlo a cambiare in ottica responsabile.

Il cambio di passo da Abercrombie a Wråd

Nella docuserie Junk-Armadi pieni si definisce un «pentito della moda» e il suo cambio di rotta personale e professionale è legato a doppio filo a un episodio preciso, come racconta al Sole 24 Ore: «Nella moda c’è un prima e dopo Rana Plaza. Questo disastro ha creato una fattura nel sistema: da un lato sono nati tanti progetti validi per cambiare le cose e dall’altro c’è stata una deriva negativa che ahimè ha ancora un riconoscimento sul piano commerciale». Nel 2013 Ward lavorava per un marchio americano molto famoso tra i giovani, Abercrombie&Fitch: «Sono rimasto molto colpito da quel disastro – spiega –. In primis, da un punto di vista personale, perché mio padre, che ha sempre lavorato nel settore tessile, quel giorno era proprio a Dacca. Ma l’episodio mi ha segnato anche professionalmente. Mi sono chiesto: ma cosa stiamo facendo? In quel momento ho cominciato a provare un rigetto nei confronti di me stesso. Non mi ero nemmeno mai chiesto dove producevamo, con quali materiali». Da lì al licenziamento il passo non è stato obbligatorio: «Ci ho messo qualche anno, anche con diversi pareri contrari, a lasciare l’azienda e a uscire da quello schema. Pur senza un’idea precisa in testa. Nel 2017 con Silvia Giovanardi e Victor Santiago abbiamo fondato Wråd e il primo progetto è stata una maglietta grigia tinta con grafite riciclata. Abbiamo registrato un brevetto con cui ingenuamente pensavo avremmo rivoluzionato il mondo della moda. Invece mi sono accorto che nessuno, nella moda, voleva una maglietta grigia. Né le aziende né i buyer».

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L’evoluzione in consulenti per le aziende

Il cambio di passo, da azienda di prodotto ad azienda di consulenza, arriva con la vittoria del Red Dot Design Award : «Mi fa fatto capire dove stavamo sbagliando: vendevamo un processo e non un progetto». Dopo il primo contratto di consulenza firmato nel 2018 con Acqua di Parma (gruppo Lvmh), oggi Wråd ha un team di 8 persone tra Milano, Vicenza e Londra e lavora con diverse aziende della moda che vogliono aumentare il proprio livello di sostenibilità. «Ci sono ancora imprese che arrivano chiedendo quali materiali possono usare per fare una capsule o una scarpa sostenibile, senza capire che la sostenibilità non dipende solo dai materiali scelti, ma è un concetto molto complesso, interconnesso ad altre discipline. Quando lo diciamo qualcuno sparisce, altri capiscono e comincia una collaborazione duratura».

La moda sostenibile è un’utopia

Alla complessità del tema in sé e per sé, «di cui nessuno è esperto e che ti costringe a mettere in discussione le cose di continuo», sottolinea, va aggiunta la difficoltà di far combaciare gli interessi delle aziende del settore al bisogno di ridurre l’impatto ambientale e sociale: «Il nostro lavoro è in continua contraddizione perché la moda sostenibile di per sé non esiste, è un’utopia che come diceva Enzo Mari va utilizzata come corrimano etico – continua Ward –. Per cui spesso la nostra attività parte da un processo culturale interno con progetti di formazione a 360 gradi e non dal prodotto». Esistono secondo Ward «filiere responsabili, in Italia come in Bangladesh. Non è che a Dacca amino fare le cose fatte male, ma le fabbriche sono spesso messe nelle condizioni di non avere margini da investire, per esempio, in manutenzione, aumenti salariali o innovazione. Ci sono brand che, per la scala e la potenza globale, avrebbero la possibilità di intervenire e però non lo fanno. Altre sono oneste nel riconoscere un problema e si impegnano per migliorare».

Ward lavora anche al fianco delle istituzioni, tra cui l’Unione Europea: «Mi hanno invitato a diventare consulente esperto della New European Bauhaus, un comitato che studia come l’arte e l’industria possano aiutare nella transizione ecologica e ad aprile a Bruxelles ci sarà un festival dedicato. Avendo lavorato anche con il commissario all’Ambiente Virginijus Sinkevičius sono riuscito a portare a Bruxelles una serie di istanze legate al settore: credo che le aziende vadano non solo sensibilizzate ma anche ascoltate».

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