Cassazione

Maxiprocesso al clan Casamonica, è mafia

I giudici della seconda sezione della Suprema corte confermano l’accusa per il reato previsto dall’articolo 416bis

di Patrizia Maciocchi

Roma, confiscati beni ai Casamonica per oltre 20 milioni di euro

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Il clan Casamonica è mafia. I giudici della seconda sezione della Cassazione confermano nel maxiprocesso l’accusa di 416bis. La Suprema corte, che si è espressa sui ricorsi degli oltre trenta imputati, ha sottolineato la solidità dell’impianto accusatorio e accolto il ricorso della procura generale riconoscendo anche l’aggravante dell’associazione armata per alcune posizioni di vertice, per le quali è stato disposto un appello bis solo sul punto, per rideterminare la pena. Caduta l’aggravante di aver agito nell’interesse del clan invece per posizioni di secondo piano. Avallate inoltre le decisioni di colpevolezza per i reati fine dell’associazione finalizzata allo spaccio e di quella di stampo mafioso, questi ultimi costituiti da usure, estorsioni, esercizio abusivo del credito, detenzione di armi e trasferimento fraudolento di valori. La sentenza è in linea con le pronunce relative al clan Fasciani, Gambacurta e Spada che hanno riconosciuto la mafia sul territorio laziale.

La sentenza di appello

I giudici della Corte d’Appello di Roma, il 29 novembre del 2022, avevano affermato l’accusa prevista dal 416bis, escludendo soltanto l’aggravante dell’associazione armata. «Il gruppo criminale Casamonica, operante nella zona Appio-Tuscolana di Roma, con base operativa in vicolo di Porta Furba è organizzato in una “galassia” - ha scritto la Corte territoriale capitolina, nel confermare la connotazione mafiosa - ossia aggregato malavitoso costituito da due gruppi familiari dediti ad usura, estorsioni, abusivo esercizio del credito, nonché a traffico di stupefacenti, dotato di un indiscusso “prestigio criminale” nel panorama delinquenziale romano, i cui singoli operavano tuttavia in costante interconnessione e proteggendosi vicendevolmente, così da aumentare il senso di assoggettamento e impotenza delle vittime, consapevoli di essere al cospetto di un gruppo molto coeso ed esteso». In primo grado, il 20 settembre 2021, al termine di un processo tenuto nell’aula bunker di Rebibbia erano state comminate 44 condanne per oltre 400 anni carcere. Al maxiprocesso si è arrivati dopo gli arresti compiuti dai carabinieri del Comando provinciale di Roma nell’ambito dell’indagine “Gramigna”, coordinata dal magistrato Michele Prestipino e dai sostituti procuratori Giovanni Musarò e Stefano Luciani.

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Un impianto accusatorio dei pm della Direzione distrettuale antimafia, che ha trovato un sostanziale riscontro positivo anche in appello, e oggi nella Suprema corte. In secondo grado le condanne più alte erano state inflitte ai vertici dell’organizzazione e in particolare nei confronti di Domenico (30 anni) , Massimiliano (28 anni e 10 mesi), Pasquale (24 anni), Salvatore (26 anni e 2 mesi), Ottavio (17 anni), Giuseppe (16 anni e 2 mesi), Guerrino (16 anni e 2), Liliana (15 anni e 8 mesi), Luciano Casamonica (13 anni e 9 mesi).

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