Mea culpa Zuckerberg: «Sì a nuove norme sulla privacy ma non siamo un monopolio»
di Marco Valsania
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New York - Mark Zuckerberg rilancia le proprie scuse per gli scandali che hanno scosso Facebook, promette riforme interne per migliorare i controlli su raccolta e uso di dati e informazioni personali degli utenti e apre anche a ipotesi sollevate dai senatori americani di nuove regolamentazioni, purche' ragionevoli, per i social network e la frontiera digitale. “Non sono contrario a normative giuste. Il dibattito non deve essere tra posizioni pro o contro regole, ma su quali regole servano”. Zuckerberg ha indicato di vedere con favore, ad esempio, gli sforzi europei a difesa della privacy. Ha però negato che Facebook sia un monopolio e richieda quindi interventi antitrust: alla domanda se l'azienda abbia una posizione dominante ha dichiarato di “non sentirsi affatto un monopolista” e ha aggiunto che in media gli americani usano otto diverse App per tenersi in contatto tra loro.
L'atteggiamento calmo e positivo del 33enne chief executive di Facebook è stato accolto con favore da Wall Street: il titolo ha guadagnato il 4,5% a fine seduta. Di recente le azioni erano state sotto pressione per gli scandali e le polemiche sugli abusi ai danni degli utenti, cedendo il 14% in un mese.
Le audizioni al Senato di Zuckerberg, abituato finora a comparse pubbliche accuratamente orchestrate, sono state un brusco test di leadership e credibilità per il giovane e potente top executive, alla guida di un gruppo con oltre due miliardi di utenti e un giro d'affari trimestrale da 13 miliardi. Un test al cospetto di due commissioni congiunte, Commercio e Giustizia, pari a quasi meta' del Senato, 44 esponenti su cento. E sia i leader repubblicani, Chuck Grassley e John Thune, che quello democratico, Dianne Feinstein, hanno sottolineato che non solo il Parlamento ma “l'America e il mondo” sono sintonizzati, visto il raggio d'azione di Facebook e i rischi che comporta.
Zuckerberg ha ascoltato con calma le accuse, promesso riforme e senso di responsabilità in futuro e ammesso “errori”. Ma il dibattito è soltanto all'inizio; mercoledi' toccherà alla Camera incalzare il fondatore di Facebook. E in un segno delle continue tensioni, Zuckerberg ha risposto di non “non essere al corrente” del rischio che una società quale Palantir, co-fondata dal finanziere conservatore Peter Thiel che è anche nel board di Facebook, si sia resa responsabile di di violazioni della privacy usando dati ricavati dal social network come avvenuto con Cambridge Analytica. Il problema di quante violazioni possano essere avvenute negli anni è rimasto senza risposta.
Il chief executive ha fatto precedere la testimonianza da un testo diffuso lunedì nel quale ha lamentato di non aver preso iniziative più aggressive contro le violazioni nell'uso di dati personali, portate alla luce proprio dal “caso Cambridge”, società britannica di analisi politica ingaggiata dalla campagna di Donald Trump e impadronitasi irregolarmente di informazioni su 87 milioni di “amici” di Facebook, 70 milioni nei soli Stati Uniti. Zuckerberg ha recitato il mea culpa anche sui ritardi nella lotta a notizie false: “Non abbiamo avuto un approccio sufficientemente ampio alla nostra responsabilità”. E al centro della polemica ha messo se stesso: “è stato un mio errore e me ne scuso”.
