Mind the Economy/Justice 121

The measure and the face. The restless legacy of John Harsanyi

by Vittorio Pelligra

John Harsanyi

7' min read

Translated by AI
Versione italiana

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Nato nel cuore martoriato della Mitteleuropa, in una Budapest che portava addosso la nostalgia dell’Impero e le crepe del secolo breve, John C. Harsanyi, cresce figlio di una terra dove l’intelligenza convive con l’angoscia, dove l’ironia serve a sopravvivere al potere, Tra la musica di Bartók e il rumore delle macerie, vede coi suoi occhi e sperimenta in prima persona cosa può accadere quando la ragione cede all’ideologia, l’uomo viene ridotto a mezzo e la morale piegata alla forza. Forse per questo, per tutta la vita inseguì un’idea semplice e radicale: la giustizia o è fondata sulla ragione e sul calcolo, oppure non è giustizia. Non più affidata ai sentimenti mutevoli o ai dogmi del potere, ma fondata sulla chiarezza della matematica, sulla freddezza che sola può garantire l’imparzialità. Come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, dietro il suo linguaggio astratto – il “velo d’ignoranza”, le funzioni di utilità, i teoremi formali – si nasconde

Harsanyi's 'utilitarianism of rules' is a promise of rationality after the chaos of totalitarianisms that he survived, unscathed but not without wounds; a compass for uncertain times that is still valid today: from welfare systems to pandemics, from climate change to artificial intelligence. Yet, this vision, so rational, well-founded and precise, has been at the centre of radical and profound criticism. Because if everything can be reduced to numbers, what remains of the unpredictable humanity that those numbers are supposed to serve? It is from this question - and the suspicion that justice cannot be exhausted in an algorithm - that the main objections to his thinking arise.

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The shadows of calculation.

If Harsanyi represents the promise of a rational ethics, his critics have shown the risk of turning justice into a formal exercise, where the complexity of human experience is translated into figures, preferences, functions, but ultimately emptied of its deepest meanings. In attempting to construct a universal moral language, it is argued, it is as if one has ended up stripping morality of its truest voice.

In 1982, the Indian economist Amartya Sen and the English philosopher Bernard Williams published Utilitarianism and Beyond, a title that is a programme. It is not just a question of criticising an ethical theory, but of overcoming it, dismantling an entire worldview that reduces moral value to the mathematics of consequences. Harsanyi, with his idea of 'social utility' built behind a veil of ignorance, seemed to have found the perfect formula for impartial ethics, but Sen and Williams show that behind that apparent neutrality lies a paradox: the more abstract ethics becomes, the further it moves away from the living experience of the people it is aimed at.

Amartya Sen è stato forse il più sistematico tra i critici. La sua obiezione nasce dalla costatazione del fatto che ridurre la giustizia a un indice di utilità aggregata, una formula che somma preferenze individuali come se tutte avessero lo stesso valore epistemico e morale, rappresenta non solo una ipersemplificazione, ma costituisce una guida ingannevole all’agire politico. Per l’economista indiano, la metrica della “vita buona” non può essere solo la soddisfazione soggettiva. La vita buona, quella che ognuno di noi ritiene degna di essere vissuta secondo i suoi personali valori, si deve valutare sulla base delle libertà reali che ciascuno possiede, di quelle libertà che ci mettono nelle condizioni di poter perseguire i nostri ideali. Perché una persona può adattarsi a condizioni oppressive e sentirsi comunque “soddisfatto”: la donna che interiorizza la propria subordinazione, il povero che non osa desiderare di più, l’happy slave (lo schiavo felice) di cui parlava John Stuart

Se l’economista si concentra sui limiti della metrica di Harsanyi, il filosofo Bernard Williams colpisce l’anima del sistema. La sua critica non è tecnica, ma esistenziale. In un celebre esperimento mentale – antesignano del famoso trolley problem – Williams ci chiede di metterci nei panni Jim, un viaggiatore che finisce per caso in un piccolo villaggio sudamericano dove si caccia in un guaio: si trova di fronte a un gruppo di militanti che tiene in ostaggio 20 persone. I militari sadicamente offrono a Jim una scelta: uccidere una persona innocente in cambio della liberazione degli altri 19 ostaggi. Nella prospettiva utilitaristica una vita sacrificata vale decisamente meno di altre diciannove salvate. Ma per Williams la questione non può finire lì. Jim non è solo un decisore che produce effetti nel mondo; è anche una persona con legami, principi, identità, una storia morale. Se sceglie di uccidere un innocente, anche se lo facesse per il bene collettivo, il prezzo che sarebbe costretto a

The disembodied self and the limits of calculation

Se Sen e Williams incrinano le fondamenta dell’edificio utilitarista, Michael Sandel, Martha Nussbaum e Robert Sugden ne mettono in discussione la stabilità strutturale. Nel suo Liberalism and the Limits of Justice Sandel muove una critica radicale alla concezione di individuo che sta alla base sia del liberalismo di Rawls che dell’utilitarismo di Harsanyi. Entrambi, dice, immaginano un soggetto astratto, neutro, capace di scegliere i principi di giustizia come se non avesse radici, storia o appartenenze. Un “sé disincarnato” (unencumbered self), spogliato di ogni legame significativo. Il problema non è solo filosofico, ma umano. L’individuo di Harsanyi, che dietro il velo d’ignoranza ordina preferenze come un agente senza volto. Un soggetto che non è libero, ma svuotato. Una mente senza corpo, una volontà senza memoria. “Immaginare una persona priva di legami costitutivi – scrive Sandel - non significa concepire un agente perfettamente razionale, ma una persona priva di car

The value that cannot be measured

Se Sandel difende la radice comunitaria della moralità, Martha Nussbaum ne difende la qualità intrinseca. Nel suo Creating Capabilities (2011), riprendendo le idee di Sen, ma con un approccio distinto che la riavvicina a Rawls, la filosofa mostra come una società giusta non è quella che massimizza la felicità media à la Harsany, ma quella che garantisce a ciascuno la possibilità reale di condurre una vita degna. L’utilitarismo, anche nella sua forma moderna, si fonda sull’idea che tutto ciò che conta possa essere ridotto a preferenze, che la giustizia sia una questione di somma o media ponderata. Ma, afferma Nussbaum, non tutte le utilità sono comparabili. “Non dovremmo assumere – scrive - che ciò che le persone preferiscono o desiderano ci offra una descrizione adeguata di ciò che è buono per loro [perché] le preferenze delle persone sono spesso deformate dall’oppressione, dalla povertà e dall’ignoranza” (pp. 57-58). Nel suo capabilities approach il linguaggio

The community of advantage

Among contemporary critics, Robert Sugden represents perhaps the most interesting voice because he speaks the same language as Harsanyi, that of game theory and social choice theory, but to dismantle its assumptions from within. In his latest book The Community of Advantage (2018), Sugden challenges the idea that one can represent society as an organism that maximises a social utility function. Such a function, he argues, is a useful fiction for models, but has no

Aggancio con la realtà concreta della vita delle comunità. Non esiste un osservatore imparziale che possa confrontare e sommare le preferenze di individui diversi. La pretesa di Harsanyi di costruire una “giustizia imparziale” fondata sul calcolo è, per Sugden, un’illusione epistemica. La società non è un sistema chiuso caratterizzato da scelte ottimali, ma un insieme dinamico di interazioni reciproche. “Il mio obiettivo – scrive Sugden – è quello di sviluppare un modello contrattualista del mercato come sistema di cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra individui liberi”. E, poco più avanti, chiarisce la differenza rispetto all’approccio utilitarista sostenendo che “L’economista non dovrebbe considerarsi un autocrate benevolo che massimizza il benessere sociale, ma un partecipante a un processo di cooperazione volontaria.” (p. 4-6). Sugden propone un cambio di paradigma: la giustizia non come equilibrio statico, frutto della massimizzazione di una funzione di utilità sociale

The convergence of criticism

Sen, Williams, Sandel, Nussbaum and Sugden diverge in their methods, but converge in a common diagnosis: Harsanyi's utilitarianism is an elegant abstraction that has lost touch with moral reality. Williams and Sandel dismantle its anthropology, Nussbaum and Sen contest its metrics and Sugden, finally, overturns its epistemic logic: justice is not a calculation, but a process of cooperation between real individuals.

All these critics work, from different perspectives, to bring moral philosophy back into life, reminding us that reason alone is not enough if it forgets the identity, voice and history of human beings, of people in the midst of their concrete existence.

Ethics and algorithms

Eppure, oggi, nell’epoca degli algoritmi morali, nonostante queste critiche serrate, l’ambizione di Harsanyi risuona nuovamente potente. Le macchine che calcolano priorità sanitarie, rischi ambientali o politiche redistributive, che calcolano rischi e opportunità operano secondo lo stesso principio: massimizzare il benessere complessivo. È l’utilitarismo tradotto in codici digitali. Ma le domande che Sen, Williams, Sandel, Nussbaum e Sugden hanno posto restano aperte: possiamo davvero affidare la giustizia al calcolo, se il calcolo non conosce la dignità, la storia, la paura, l’amore? La freddezza della logica promette imparzialità, ma rischia di generare nuove forme di alienazione. Ciò che Harsanyi voleva evitare, l’arbitrio del potere, può tornare oggi sotto forma di automatismo tecnico, quando l’algoritmo decide chi curare, chi assumere, chi includere e chi escludere.

Perhaps it is here that his legacy needs to be reconsidered in different terms: not so much in the absolutism of mathematical rigour, but in the responsibility of those who interpret numbers, of those who know that behind every utility function there are concrete existences. At a deeper level, in fact, it seems clear that the challenge Harsanyi has left us is not so much about the choice between reason and humanity, but about whether and how we will still be able to hold them together.

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