Medardo Rosso: mercato afflitto dai falsi, ma sorvegliato dall’archivio
Due mostre a Vienna e Basilea mettono il maestro italiano in dialogo con la scultura contemporanea
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Non appena è diventata direttrice del Kunstmuseum Basel (la seconda donna nei 363 anni di storia del museo di Basilea e la prima americana), Elena Filipovic ha acquistato un’opera di Medardo Rosso. “Ciò dimostra quanto io creda nella sua importanza” ha affermato. Ora Filipovic ha pianificato una grande mostra a lui dedicata nel periodo più importante dell’anno, quello di Art Basel, quando tutto il mondo dell’arte è in città. L’esposizione, dal 29 marzo al 10 agosto, è organizzata in collaborazione con il Mumok di Vienna, dove è attualmente in corso (fino al 23 febbraio). Oltre a presentare al pubblico internazionale circa 50 sculture dell’artista italiano e 250 fotografie e opere su carta, le due mostre mettono Rosso in dialogo con artisti di ieri e di oggi per dimostrare la sua grande influenza sulla scultura moderna e contemporanea.
La mostra tra Vienna e Basilea
“Sono fan di Rosso da tempo - spiega Elena Filipovic, - già in passato pensavo ad una mostra con le sue opere in relazione a quelle di un’artista contemporanea. Anche Heike Eipeldauer del Mumok, che studia Rosso da anni, programmava una mostra su di lui fin da prima del Covid. Insieme abbiamo voluto evitare un approccio solamente formale, ma abbiamo guardato a Rosso in modo più profondo, evidenziando la risonanza del suo modo di pensare in relazione all’anti-monumentalità, al disfacimento della scultura, alla fotografia, alla messa in scena, alla ripetizione ossessiva di uno stesso soggetto. In alcuni casi il riferimento è più diretto ed esplicito, come per Marisa Merz con le sue ‘Testine’, o di Nairy Baghramian, che l’ha visto al Nasher Sculpture Center quando ha ricevuto il Nasher Prize Laureate nel 2022 e di conseguenza ha realizzato una serie di opere con la cera. In altri casi è meno diretto, come per Félix González-Torres, che probabilmente non lo conosceva, ma usa lo stesso concetto di sparizione corporea, per Marcel Duchamp con l’idea di ripetizione e di tornare su uno stesso soggetto, o ancora per Pamela Rosenkranz con la sua ricerca sull’incarnato”.
Rosso vs Rodin
Nonostante questa profonda ammirazione da parte degli artisti, Medardo Rosso rimane ancora poco noto al largo pubblico al di fuori dell’Italia, soprattutto, se lo si confronta con il suo contemporaneo Rodin. “In qualunque museo del XIX e XX secolo in Europa, America o Asia si trova un Rodin, ma solitamente non un Rosso, e questo, naturalmente, influenza il mercato” così Filipovic. “Il problema è che non ci sono così tanti Rosso in circolazione, perché chi ce l’ha tende a non vendere, e anche perché Rosso in confronto ha prodotto di meno. Rosso voleva fare tutto da sé, fino alla fusione del bronzo, rendendo ogni opera unica, mentre Rodin si affidava alle fonderie e al lavoro esterno, riuscendo a produrre molte più copie. Inoltre, Rodin aveva capito che per essere famoso bisogna essere monumentale, sia nelle misure che nei soggetti – pensiamo al Monumento a Balzac – mentre Rosso amava raffigurare i bambini, i lavoratori, la gente semplice. Anche nel modo di fotografare le sculture: Rosso non permetteva a nessuno di fotografare le sue opere (e in questo certamente influenzò Brancusi) e sperimentava lui stesso con il mezzo fotografico; Rodin chiamava i più famosi fotografi del tempo, incluso il noto americano Edward Steichen, e usava la fotografia come mezzo per pubblicizzarsi”.
Il Museo Medardo Rosso
Le opere di Rosso in mostra a Basilea e Vienna vengono per lo più dalla famiglia dell’artista, che gestisce il lascito e il Museo Medardo Rosso a Barzio, in provincia di Lecco. È, soprattutto, grazie al loro lavoro che negli ultimi 20 anni la percezione dell’artista è radicalmente cambiata.
“Ho preso in mano il museo, fondato dal mio bisnonno Francesco Rosso, unico figlio di Medardo, nel 1990”, spiega Daniela Marsure Rosso, che lavora insieme a sua figlia, Guendalina Giannini Mochi. “È stato un momento spartiacque, perché da allora abbiamo fatto ordine tra le opere autentiche e quelle false, che circolavano copiose sul mercato”.

