Tensioni nel governo

Mes, Meloni: un errore portare ora la ratifica in Aula

La premier punta al rinvio a settembre ma anche se la conferenza di capigruppo confermasse la data del 30 giugno, la maggioranza potrebbe ottenere di rimandare il voto «fino al verificarsi di scadenze determinate»

Mes, Metsola: "Se ci sono punti da chiarire, aspetteremo che lo siano"

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Sulla ratifica del Mes la maggioranza cerca di prendere tempo e Giorgia Meloni lo dice chiaramente: «Sicuramente penso che sia un errore portarlo in Aula adesso, anche per quelli che sono favorevoli alla ratifica dal trattato» ha affermato, lasciando il Forum Europa Wachau, in Bassa Austria.

L’obiettivo del governo è posticipare la discussione in Parlamento a settembre, far decantare le tensioni e arrivare a un atto che si considera scontato senza dare l’impressione di una brusca “inversione a U” rispetto alle posizioni sostenute da tempo da Fdi e Lega, forze che sostengono il Governo.

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Obiettivo rinvio

Dopo una settimana ad alta tensione dopo la lettera del capo di gabinetto del Mef, Stefano Varone, sulla ratifica del Mes, si ricomincia dalla conferenza dei capigruppo della Camera di mercoledì pomeriggio, quando il centrodestra proporrà di far slittare al prossimo mese l’approdo in Aula, previsto per il 30 giugno, sottolineando che la vigilia coinciderebbe con la trasferta di Giorgia Meloni a Bruxelles, e si rischierebbe di mettere in difficoltà il lavoro della premier. A luglio, però, il calendario sarà ingolfato di decreti, mentre ad agosto non si discutono materie non urgenti, quindi si potrebbe scavallare l’estate rinviando uno degli scogli che più ha creato problemi alla tenuta del governo, tormentato anche dal caso Santanchè.

I numeri e gli scenari dell’aula

E se invece venisse confermato l’approdo in aula per il 30 giugno? Il ddl sulla ratifica del Mes verrebbe approvato? Sulla carta i partiti dichiaratamente europeisti che sostengono la ratifica non possono mettere in campo grandi numeri: sui 400 deputati, il Pd ne ha 69, Azione-Iv ne ha 21, +Europa 3, le minoranze linguistiche 4, per un totale di 94 sì.

Finora Fi e Noi moderati hanno messo da parte il loro europeismo e come il resto della maggioranza e del governo non si sono presentati giovedì in Commissione: se i loro voti, 44 Fi e 10 Nm, si aggiungessero ai sì, si raggiungerebbe quota 148. Insufficienti, visto che i partiti contrari, Fdi e Lega, contano rispettivamente su 118 e su 65 voti (il presidente Fontana non vota), per compessivi 183 No.

In Commissione si sono astenuti M5s, che ha in Aula 52 deputati, e Avs che ne ha 11. Se in Aula ciscun partito vota tenendo fede a quanto finora sostenuto la ratifica, indipendentemente dalle schelte di Fi e Nm, verrebbe bocciata.

L’ipotesi della sospensiva

Si parla anche di un bis in Aula dell’Aventino al contrario verificatosi in Commissione, con il centrodestra che diserta l’Aula e lascia approvare il ddl con i soli voti di Pd, Azione-Iv, +Europa e Minoranze linguistiche. La presenza degli astenuti (M5s e Avs) consentirebbe di raggiungere il numero legale solo con un trucco parlamentare della stessa maggioranza: molti deputati del centrodestra dovrebbero porsi in “missione” (cioè con un impegno ufficiale valido), così che la metà più uno dei presenti non sia calcolata sul plenum di 400, ma su - per esempio - 320 o 350 seggi. In alternativa qualche parlamentare della maggioranza dovrebbe rimanere in Aula per far superare il numero legale.

C’è invece l’ipotesi che la maggioranza proponga all’inizio della seduta una sospensiva prevista dall’articolo 40 del Regolamento: una richiesta cioè di rinviare l’esame del ddl «fino al verificarsi di scadenze determinate». Scenario su cui il centrodestra ha i numeri. «Il 30 giugno è data indicativa per iniziare la discussione generale», ha infatti detto il capogruppo di Fdi Tommaso Foti.

Le scorie nella maggioranza

La tensione resta altissima, dicono da più fronti del centrodestra. Ha lasciato scorie il giovedì di passione, con lo scontro sotterraneo fra Meloni e Matteo Salvini e il Consiglio dei ministri limitato all’esame delle leggi regionali, senza la premier. Se la riunione fosse andata in scena, si ragiona nella maggioranza, sarebbe stata lunga e ricca di scintille.

FdI e Lega sono disallineate. Al partito della premier serve tempo per inquadrare la ratifica in un contesto diverso. Serve una narrazione che cambi il quadro, il ragionamento ricorrente. La Lega è di lotta e di governo dai tempi di Bossi, e anche ora è pronta alle barricate. «Non ritengo che ci sia bisogno di mettersi in mano a Fondi stranieri - la linea di Salvini - e a soggetti stranieri anche perché 600mila italiani nei giorni scorsi hanno sottoscritto i buoni del Tesoro per più di 18 miliardi di euro».

Un oltranzismo impersonato dal senatore Claudio Borghi, che promette di non votare «mai una cosa del genere», convinto che «altrettanto farà tutta la Lega, in coerenza con dodici anni di battaglie». Un atteggiamento stigmatizzato in ambienti di FdI, dove circola il sospetto che Salvini «non giochi di squadra» e stia mettendo «in difficoltà Giorgia». Dall’iter dell’Autonomia alle ultime nomine dei commissari di Inps e Inail, fino alla gestione della ricostruzione del post alluvione in Emilia Romagna, la lista degli snodi che hanno irritato la Lega non è breve.

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