Mestiere e arte di chi conosce il modo per far parlare una canzone
Alfredo Rapetti Mogol. Autore di testi per decine di cantanti e artisti, tradotti in spagnolo, inglese e cinese, è il terzo di una dinastia di autori, dal nonno Calibi al celebre padre, Mogol
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Alfredo ed io parliamo, seduti nella sua cucina, di Raymond Carver e Fiorella Mannoia, di Marracash e Murakami. E anche di Laura Pausini e dei molti altri cantanti e artisti ai quali Alfredo ha trovato le parole. «Parole ordinarie per dire cose straordinarie», è uno dei modi in cui prova a spiegarmi l’alchimia che mette insieme melodie e versi. Un’alchimia che deve trasformare la canzone, quella canzone, in qualcosa di cui non si può più fare a meno, per qualche giorno o per anni. «Una bella canzone da una parte ti spiazza, ti sorprende, ma dall’altra la riconosci, come se riconoscessi un parente, un amico che non vedi da tanto tempo. O come quando ti innamori e ti sembra di riconoscere quella persona anche se l’hai appena incontrata».
Non ci spostiamo dal tavolo della cucina, la tazzina del mio caffè resta accanto al taccuino, tutto è molto familiare, amichevole. Il padrone di casa è Alfredo Rapetti Mogol, terza generazione di autori di testi, posso dire parolieri? «Mio padre non ama questo termine, in effetti in inglese si direbbe “lyric writer” e fa tutta un’altra impressione, si può pure diventare baronetti ... ma io non ho problemi, puoi dire parolieri». La genealogia comprende il nonno di Alfredo, Mariano Rapetti che per le canzoni si firmava Calibi, il padre è Giulio ovvero Mogol (sì, quello di Battisti, ma anche di molti altri) e infine Alfredo, autore (Cheope) e pittore. Rimando alla scheda per citare almeno un po’ degli interpreti e dei musicisti con cui ha collaborato, da quarant’anni in qua.
Manca poco al Festival di Sanremo e gli chiedo com’è scrivere testi oggi, nel 2025, tra la cultura woke e il rimbalzo alla Trump. La canzone – cito da un suo libro - è la forma d’arte più immediata e popolare che esista. L’ho trovato in «Scrivere una canzone», coautore Giuseppe Anastasi, anche lui paroliere (ops, chissà se gli va bene). Alfredo apprezza ma lascia cadere, allarga il discorso: «L’arte è naturalmente influenzata dal periodo storico, è chiaro. E se ripenso alle canzoni e ai testi degli anni Cinquanta e Sessanta ci trovo una spontaneità di scrittura, una libertà di espressione che portava magari a dire cose che oggi potrebbero anche essere ingenue, imbarazzanti ma che cercavano di avvicinare, di sfiorare la poesia». Certo che oggi la canzone dell’alligalli con gli “altissimi negri”... «Sì, ma non intendo questo aspetto, queste sono le sensibilità che giustamente mutano, che evolvono. Non dobbiamo scandalizzarci. Quel che veniva detto allora veniva percepito diversamente rispetto a oggi. Quel che voglio dire è che nei testi attuali spesso si usa un linguaggio più vicino al discorso parlato, ma di quel parlato che rischia di scivolare verso il basso, comunicando spesso in modo egoistico, aggressivo. Testi in cui mi lamento di qualcosa, attacco qualcuno, parlo di me e poco m’importa di altro o degli altri» .
Pensi a rap e trap? «Non necessariamente e comunque non voglio generalizzare. Ci sono interpreti del rap come Marracash, Jovanotti e altri ancora, che dicono cose importanti, che cercano immagini efficaci in ogni verso. Quello a cui penso, piuttosto, sono certe parole utilizzate senza una vera necessità, come dire “caz..” ma in un testo che non ha nessun bisogno di quella parola. Per voler utilizzare un linguaggio quotidiano, parlato, si finisce – non saprei come dirlo altrimenti - lontani dalla bellezza». Lontani dall’armonia? «Vedi, una canzone è qualcosa che si muove. Non è una poesia che puoi leggere e rileggere, fermarti su una parola, tornare indietro. Una canzone deve trattenerti sempre, non devi mai uscire, ascoltandola, da quello choc da riconoscimento di cui parlavamo prima. Che poi è un pensiero di Carver...»
C’è una tecnica, un sapere se non da artista almeno da artigiano nello scrivere un testo? «Sì, ci sono aspetti tecnici, certo. La scelta del ritornello, che è fondamentale proprio per tenerti attaccato alla canzone. La rima, altro elemento fondamentale». Ma se il verso, anche bellissimo, non piace a chi deve cantarlo? «Vince l’interprete. A volte penso a parole che potrebbero essere portate da un artista ma non da un altro. Fiorella Mannoia può dire cose, con la forza della sua carriera, che per un’altra artista sarebbero distoniche. Ogni artista ha un suo linguaggio, che si crea nel tempo, che si è creato attraverso i suoi autori e le sue interpretazioni, e quel linguaggio è per me basilare, va rispettato. Ripeto: se scrivo un verso meraviglioso che non veste, che l’interprete non riesce a indossare - dice proprio così, “indossare” – vince l’interprete. Ma attento: senza perdere il proprio modo di scrivere, le proprie caratteristiche. Devi cercare una mediazione che soddisfi te e chi canta il tuo testo. Io ho avuto la fortuna di lavorare con artisti che hanno sempre saputo migliorare quel che avevo scritto».


