Giustizia

Boom delle misure alternative: oltre 95mila persone sotto controllo fuori dal carcere

L'uso delle misure alternative alla detenzione è in forte aumento, con oltre 95mila persone coinvolte, segno di un cambiamento nel sistema di giustizia penale

di Valentina Maglione e Serena Uccello

Boom delle misure alternative: oltre 95mila persone sotto controllo fuori dal carcere (Adobe Stock)

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Continua a crescere l’area penale, sia dentro sia fuori dal carcere. I penitenziari, al 31 gennaio scorso, sono arrivati a contenere 61.916 detenuti, rispetto ai 51.300 posti di capienza regolamentare. Ancora più elevati sono i numeri dell’esecuzione penale esterna, vale a dire l’ambito delle sanzioni e delle misure eseguite fuori dal carcere.

Al 15 febbraio scorso, in base ai dati del ministero della Giustizia, erano 95.315 le persone condannate o sottoposte a un processo che stavano scontando misure alternative alla detenzione o di comunità: 10mila in più rispetto a un anno fa e il 57,9% in più rispetto ai circa 61mila del 2019.

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A chi è sottoposto all’esecuzione si aggiungono i «liberi sospesi», stimati in oltre 100mila: sono i condannati a pene fino a quattro anni di detenzione che hanno chiesto di “convertirle” in misure esterne e aspettano – a volte per anni – la decisione dei magistrati (si veda l’analisi a fianco).

L’AMPLIAMENTO

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Il quadro

Nei fatti, quindi, come ha rilevato il ministero nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, «la giustizia di comunità è oggi la risposta prevalente alla commissione di un reato».

Una situazione a cui Monica Amirante, presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno e coordinatrice nazionale dei magistrati di sorveglianza, dà una lettura positiva: «Che siano aumentate – dice – le misure alternative mi pare una buona notizia, segno che i Tribunali di Sorveglianza e tutto il circuito della esecuzione penale esterna ha lavorato bene». Certo «ci vogliono – aggiunge – investimenti strutturali più consistenti che arriveranno solo se e quando tutti avranno veramente compreso e oserei dire “digerito” l’articolo 27 della Costituzione. La pena non è vendetta ma giusta sanzione e deve tendere alla rieducazione del condannato».

Ma com’è composto l’universo dell’esecuzione fuori dal carcere? In primo luogo ci sono le misure alternative alla detenzione: l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà, che radunano la metà (47.285) delle persone in carico agli uffici, in base all’ultimo monitoraggio.

Poi, il lavoro di pubblica utilità per la violazione del Codice della strada o della legge sugli stupefacenti (in tutto, 9.417 persone) e la libertà vigilata (5.036).

Ci sono inoltre le pene sostitutive delle pene detentive brevi: la detenzione domiciliare sostitutiva, la semilibertà sostitutiva e il lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Introdotte dalla riforma Cartabia (Dlgs 150/2022), hanno contribuito a far lievitare i numeri negli ultimi anni: oggi coinvolgono 5.742 persone.

La riforma ha anche allargato il ventaglio dei reati che permettono di domandare la sospensione del processo con la messa alla prova. Sono 26.518 le persone in carico agli uffici: indagati o imputati che hanno chiesto, appunto, di sospendere il processo per seguire un programma con contenuti rieducativi e riparativi che porta, se va a buon fine, all’estinzione del reato.

È stata invece introdotta dalla legge che ha riformato il Codice rosso (legge 168/2023) la sanzione della sospensione condizionale della pena subordinata a un programma di trattamento, per chi ha commesso reati di violenza domestica o di genere: le persone coinvolte sono 1.309.

Le ragioni del boom

Non ci sono solo le riforme alla base dell’aumento del ricorso alle misure. Amirante, ad esempio, individua la causa di questi numeri in quella che definisce come «una smania di panpenalismo che alimenta anche l’idea, del tutto sbagliata, che la pena detentiva e il carcere siano la soluzione di tutti i mali».

Mentre «la storia ci insegna e ce lo confermano eminenti studiosi – aggiunge – che per alcune fattispecie sono molto più utili strade alternative che agevolano il percorso risocializzante e sono spesso più idonee a evitare la recidiva per i reati non gravi. Peraltro il nostro Paese non è in grado di tenere un numero troppo elevato di soggetti in carcere. Lo dicono le condizioni dei nostri istituti penitenziari, l’impressionante numero dei suicidi».

Sui numeri dell’esecuzione penale esterna pesano pure, secondo Marco Viglino, presidente del Tribunale di sorveglianza di Torino, «l’aumento dei procedimenti definiti, grazie ai riti più rapidi», combinato con il sovraffollamento delle carceri: «I penitenziari scoppiano, le misure esterne vanno privilegiate».

La mancanza di risorse

A determinare la fragilità del sistema, ad esempio, «per quanto riguarda – prosegue Amirante – l’arretrato dei procedimenti dei cosiddetti liberi sospesi è anche la cronica carenza di personale, il continuo turnover, che significa spesso mancanza di adeguata formazione».

E dire che un’opportunità c’è stata ma non è stata colta: «I tribunali di sorveglianza – dice – per una questione, secondo me, di mancata conoscenza della funzione e del ruolo che svolgono non hanno beneficiato degli addetti all’ufficio per il processo, cioè di tutto quel personale aggiuntivo previsto per il Pnrr. Personale che non è stato destinato ai tribunali di sorveglianza e che invece ci avrebbero aiutato moltissimo».

Mette l’accento sulla carenza degli organici anche Viglino: «Visti i numeri, sarebbe necessario rivedere le piante organiche. Ma la realtà con cui facciamo i conti è che neanche quelle attuali sono rispettate: in Piemonte non c’è un ufficio al completo. Il problema si ripercuote sugli uffici per l’esecuzione penale esterna e alimenta il problema dei liberi sospesi.

In Piemonte abbiamo finora lavorato bene, in quanto stiamo giudicando le richieste dello scorso anno, ma i liberi sospesi sono comunque oltre mille. Ora con i vuoti di organico la situazione rischia di peggiorare, con ricadute sulla sicurezza, oltre che sulla vita delle persone coinvolte».


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