Il secondo round di negoziati tra Usa e Iran è fallito prima ancora di iniziare
dal nostro corrispondente Marco Masciaga
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Continua a crescere l’area penale, sia dentro sia fuori dal carcere. I penitenziari, al 31 gennaio scorso, sono arrivati a contenere 61.916 detenuti, rispetto ai 51.300 posti di capienza regolamentare. Ancora più elevati sono i numeri dell’esecuzione penale esterna, vale a dire l’ambito delle sanzioni e delle misure eseguite fuori dal carcere.
Al 15 febbraio scorso, in base ai dati del ministero della Giustizia, erano 95.315 le persone condannate o sottoposte a un processo che stavano scontando misure alternative alla detenzione o di comunità: 10mila in più rispetto a un anno fa e il 57,9% in più rispetto ai circa 61mila del 2019.
A chi è sottoposto all’esecuzione si aggiungono i «liberi sospesi», stimati in oltre 100mila: sono i condannati a pene fino a quattro anni di detenzione che hanno chiesto di “convertirle” in misure esterne e aspettano – a volte per anni – la decisione dei magistrati (si veda l’analisi a fianco).
Nei fatti, quindi, come ha rilevato il ministero nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, «la giustizia di comunità è oggi la risposta prevalente alla commissione di un reato».
Una situazione a cui Monica Amirante, presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno e coordinatrice nazionale dei magistrati di sorveglianza, dà una lettura positiva: «Che siano aumentate – dice – le misure alternative mi pare una buona notizia, segno che i Tribunali di Sorveglianza e tutto il circuito della esecuzione penale esterna ha lavorato bene». Certo «ci vogliono – aggiunge – investimenti strutturali più consistenti che arriveranno solo se e quando tutti avranno veramente compreso e oserei dire “digerito” l’articolo 27 della Costituzione. La pena non è vendetta ma giusta sanzione e deve tendere alla rieducazione del condannato».