Moreschi cerca il rilancio, puntando sul dna nell’era della moda globalizzata
di Giulia Crivelli
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Con le sue molte luci e le più recenti ombre, la storia di Moreschi si inserisce nel quadro, ben più ampio, del distretto delle calzature di Vigevano, tra i più importanti della Lombardia e del nostro Paese. Non solo: l’evoluzione del marchio e dell’azienda riflettono anche i cambiamenti che il sistema moda italiano – e in particolare il settore calzaturiero – ha attraversato dall’inizio della globalizzazione, passando poi, non sempre indenne, dalle crisi economico-finanziarie degli ultimi anni.
Il rilancio di Moreschi è affidato a Guido Scalfi, amministratore delegato da quando, nel maggio 2020, Hurleys, fondo d’investimento svizzero, ha acquisito il controllo del calzaturificio per rilanciarlo. Un’operazione che, considerato il momento (eravamo in piena era Covid), non si sta rivelando facile. I fondamentali ci sarebbero tutti: Moreschi è un marchio apprezzato e conosciuto in Italia e nel mondo che, come altri del settore (basti pensare a Fratelli Rossetti o alla marchigiana Santoni), è nato con le calzature artigianali da uomo e ha poi esteso la presenza alla parte donna. Un altro punto a favore di Moreschi è il posizionamento e il rapporto qualità-prezzo: viene giustamente percepito come un marchio di alta gamma (il flagshipstore di Milano è in via Sant’Andrea, a pochi passi da Chanel, per intenderci), ma ha mantenuto listini contenuti. Un lusso accessibile, come si sarebbe detto fino a qualche anno fa (oggi il termine è caduto in disgrazia, forse perché l’idea di accessibilità è troppo aleatoria). Complici però Covid e lockdown, l’era di Hurleys non sta dando i frutti sperati: l’aggiornamento più recente è la vertenza sindacale che coinvolge i 59 addetti alla produzione dello stabilimento di Vigevano, che mercoledì scorso, 3 aprile, hanno scioperato per un ultimo giorno contro la chiusura della fabbrica. Ora la vertenza è passata alla Regione, che ha 30 giorni di tempo per convocare la proprietà e i sindacati per cercare un accordo.
In caso contrario, come è successo nel luglio 2023 ad altri 27 dipendenti, scatteranno i licenziamenti. In marzo era arrivato l’annuncio del cambio di strategia per la produzione, spostata dalla sede storica di Vigevano a laboratori esterni. Hurlers e la direzione generale di Moreschi avevano parlato di una «ottimizzazione e differenziazione della produzione grazie a partnership con una selezione di laboratori italiani altamente specializzati e caratterizzati da una forte impronta verde».
A Vigevano restano l’headquarter, con ufficio stile e reparto ricerca e sviluppo, e all’interno dello stabilimento, definito «non adeguato ai livelli richiesti dalla transizione ecologica», vengono mantenuti i dipartimenti gestionali, amministrativi, la modelleria, la logistica e lo spaccio aziendale. L’impegno di Hurleys per il rilancio a medio e lungo termine di Moreschi sembra confermato dal potenziamento della sede di Milano, in via Manzoni, con nuovi spazi commerciali oltre a showroom e boutique. È un momento di forte integrazione verticale delle filiere, con enormi investimenti in piccole e medie imprese italiane da parte dei colossi francesi Lvmh e Kering, ma anche di gruppi italiani, da Prada alla Otb di Renzo Rosso. In parallelo si muovono holding come il gruppo Florence o Pattern: un consolidamento che mette in pericolo anche marchi storici, come dimostra il caso Moreschi. Perché piccolo resta bello, forse. Ma solo se è sinonimo di autentica esclusività e unicità e la sfida per l’azienda è questa: costruire partnership con terzisti che rafforzino il valore del marchio e consentano di mantenere il suo spazio nel mondo sempre più competitivo della moda globale.



