Morta Raffaella Carrà, icona pop che rese l’Italia un posto meno provinciale
Negli anni Ottanta era «la più amata dagli italiani». Con le sue trasmissioni e la sua vita privata cambiò storia della televisione e del costume
di Francesco Prisco
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Nel 1984 «la numero uno, la più bella, la più amata dagli italiani» non era ancora la Nazionale di Mancini. Lo spot di un celebre brand di cucine conferiva tutti questi attributi a una ballerina, showgirl, conduttrice televisiva che era molto di più di tutte queste cose messe insieme: era semplicemente la «Raffa Nazionale». A 78 anni d’età Raffaella Carrà esce definitivamente di scena. L’annuncio, stavolta, non lo dà Nicoletta Orsomando, ma una nota dei familiari, stringata e piena di commozione.
L’addio dei familiari
«Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». Con queste parole Sergio Japino dà il triste annuncio della scomparsa, unendosi al dolore degli adorati nipoti Federica e Matteo, di Barbara, Paola e Claudia Boncompagni, degli amici di una vita e dei collaboratori più stretti. L’artista si è spenta alle ore 16.20 di lunedì 5 luglio, dopo una malattia che da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia. Una forza inarrestabile la sua che l’ha imposta ai vertici dello star system, una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata, facendo sì che nulla trapelasse della sua profonda sofferenza. L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non turbasse il ricordo di lei. Donna fuori dal comune eppure dotata di spiazzante semplicità, non aveva avuto figli ma di figli – diceva sempre lei - ne aveva a migliaia, come i 150mila fatti adottare a distanza grazie ad Amore, il programma che più di tutti le era rimasto nel cuore. Le esequie saranno definite a breve. Nelle sue ultime disposizioni, Raffaella ha chiesto una semplice bara di legno grezzo e un’urna per contenere le sue ceneri.
La donna che sprovincializzò il Paese
Che qui da noi avrebbe cambiato lo sho-biz, stava scritto nelle stelle. Era nata il 18 giugno del 1943, stesso giorno di Paul McCartney, un anno dopo. L’anagrafe di Bologna la registra come Raffaella Maria Roberta Pelloni. Anche l’albero genealogico non scherza: la ragazza discende dal brigante romagnolo cantato dal Pascoli come «Passator Cortese». A raccontarla soltanto come showgirl televisiva le si fa un torto, come se si prendesse in considerazione il solo McCartney cantante. La «Raffa» è stata ballerina, attrice, cantante, non si è fatta mancare nemmeno il teatro e la radio e, con i gossip che filtravano dalla sua vita privata, ha contribuito a sprovincializzare questo Paese per lungo tempo diviso tra don Camillo e Peppone.
In principio fu la danza
Per seguire la sua vocazione di ballerina, a otto anni lascia Bellaria Igea Marina, cittadina romagnola dove i suoi gestiscono un bar, e arriva a Roma a seguire le lezioni dell’Accademia nazionale di danza fondata dalla profuga russa Jia Ruskaja. Nella Capitale trova l’industria del cinema, negli anni Cinquanta alle prese con gli ultimi fermenti della lunga stagione neorealista. Raffaella fa le prime comparsate che è ancora bambina, poi si mette a studiare e nel 1960 si diploma al Centro sperimentale di cinematografia. Comparirà in alcune pietre miliari del cinema italiano come La lunga notte del ‘43 di Florestano Vancini e I compagni di Mario Monicelli e addirittura con un ruolo di primo piano nella produzione americana Il colonnello Von Ryan, a tu per tu con un certo Frank Sinatra.
Uno pseudonimo «pittorico»
Il suo nome, nei titoli, all’inizio è Raffaella Pelloni: lo pseudonimo che l’ha resa famosa arriverà su suggerimento di Dante Guardamagna, regista degli anni d’oro dello sceneggiato televisivo che le consiglia di affiancare al primo nome di battesimo, immediatamente riconducibile al Rinascimento di Raffaello Sanzio, il cognome di un pittore di ben altra indole: il futurista Carlo Carrà. Già, lo sceneggiato: la Nostra ne percorre la primissima stagione comparendo in sette titoli, tra cui il canterino Scaramouche con Domenico Modugno. Ma è con il varietà televisivo che «Raffa» esplode come fenomeno di massa. L’ombelico esibito nella «Canzonissima» del ’70 contende il primato a quello delle gemelle Kessler; con il Tuca Tuca, lanciato un anno più tardi fornisce una sua personalissima versione del concetto di tormentone musicale. Un genere nel quale saprà eccellere: vedi alla voce Da Trieste in giù o A far l’amore comincia tu.

