Archeologia

Nei giardini degli Egizi, tra fiori, piante e profumi

Divina Centore racconta il mondo vegetale grazie all’analisi di fonti letterarie e reperti, fra cui pitture, modellini lignei e frammenti di erbari

di Maria Luisa Colledani

Rituale funerario in un giardino, dalla tomba di Minnakht a Tebe (TT87). Dipinto a tempera realizzato da Charles K. Wilkinson (1921). L’originale si data al Nuovo Regno, XVIII dinastia (1539-1292 a.C.). Ringraziamento: Museo Egizio di Torino

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Maria Luisa Colledani

«Faraoni e fiori» suona così bene da sembrare il settenario di una poesia e profuma di primavera. Come il libro che Divina Centore, egittologa del Museo Egizio di Torino, ha scritto per raccontare la meraviglia dei giardini dell’antico Egitto, fra archeologia, reperti e fonti letterarie. La sua passione e il suo coinvolgimento fanno il resto nell’accompagnarci in un viaggio culturale e storico alla scoperta di fiori, piante, strutture antiche e dei protagonisti di quel mondo: giardinieri, fioristi e coltivatori di fiori.

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In principio, all’Università di Pisa, fu l’amore della professoressa Maria Carmela Betrò per il mondo naturale, poi, gli scavi nella necropoli di Dra Abu el-Naga (Qurna, Luxor), quando vennero portati alla luce resti antichissimi di fiori e piante, e, infine, arrivò la proposta del direttore Christian Greco a collaborare alla realizzazione di un giardino egizio nel cortile del museo con i colleghi Cédric Gobeil e Johannes Auenmüller. Faraoni e fiori nasce così: «Il giardino è una costruzione umana, un luogo separato dal mondo esterno e dedicato al godimento della natura, ma è anche un simbolo culturale che assume sfumature diverse a seconda delle epoche e delle società che lo hanno progettato». I giardini sono anche una delle più grandi testimonianze dell’ingegno della civiltà egizia, che comprese i comportamenti del Nilo così bene da farli diventare miti, cerimonie e pratiche agricole. La studiosa passa in rassegna le varie tipologie di giardino, le cui maggiori evidenze si datano al Nuovo Regno (1539-1076 a.C.) ma, in fondo, non hanno subìto grandi cambiamenti per 1.500 anni, tra il 2592 e il 1076 a.C. Ci sono i giardini in contesto templare che esaltano il legame faraone divinizzato-natura rigeneratrice; tra i giardini in ambito sacro va ricordato il Maru Aten, con i suoi edifici riccamente decorati, i percorsi processionali e l’abbondanza di vegetazione e acqua, che aveva ispirazione e scopi religiosi. Perché il «maru» è un recinto sacro, un cortile o un temenos, dove veniva celebrata la potenza del dio e dove il potere del re veniva mostrato al popolo. Tombe, necropoli e luoghi di sepoltura ospitano giardini, come quello scoperto da una missione spagnola nel 2017 a Dra Abu el-Naga, vicino Tebe: costruito 40 centimetri sopra il pavimento del cortile, ha restituito varie celle con semi piantati 4mila anni fa. Naturalmente, molto verde anche nei contesti abitativi, spesso svelati dalle rappresentazioni tombali.

L’ambito di studio è ampio e si nutre della ricerca archeologica, delle pitture delle tombe, dei modellini lignei e dei disegni architettonici, dei frammenti di erbari su papiro e su pietra e delle analisi paleobotaniche. Ma, fra piante, fiori, vasche d’acqua, mancano quasi del tutto gli animali perché, spiega Centore, «credo che la più probabile della teorie sia il desiderio di rappresentare un ambiente sereno, che enfatizza l’armonia idealizzata dell’aldilà, dove i giardini simboleggiavano abbondanza eterna e pace». A parte ciò, la documentazione che racconta i giardini offre informazioni preziose su chi li curava. I giardinieri si distinguevano per competenze e responsabilità: dai lavoratori impegnati nelle attività quotidiane, come irrigare e coltivare, fino ai supervisori che coordinavano le operazioni e gestivano la selezione delle piante. La fatica non mancava come ricordano i quattro papiri con l’insegnamento di Kheti: «Il giardiniere porta il giogo, / le sue spalle sono sotto carichi d’acqua / … Arriva alla notte (?) dopo che il suo corpo è malato, / quando si posa, è (stanco) morto». Una giara conservata all’Oriental Institute dell’Università di Chicago svela un altro aspetto del mestiere, i contratti. Talames, figlia di Imuthes e proprietaria di un giardino, stipula un accordo con Peftumont, figlio di Udjaf e futuro giardiniere, specificando mansioni e compenso e ricordando le penali in caso di «furti» di frutta. Nel testo è stabilito che il giardiniere sottoponga le sue feci all’esame: per ogni presenza di «un certo prodotto» (probabilmente semi o bucce) al loro interno, avrebbe dovuto pagare una penale di un obolo.

La ricerca di Centore, così precisa e ricca, si allarga alle composizioni floreali, ai profumi (si usavano gigli, rose selvatiche, foglie di acacia, piante di henné, menta, cumino, cardamomo, cannella, maggiorana), agli oli e unguenti per proteggere la pelle dal sole e dal vento. E sottolinea che «la tecnologia non solo riporta in vita il nostro passato, ma si mette al suo servizio, permettendoci di attingere a un’eredità vegetale che ha ancora molto da insegnarci». Fino a diventare esempio soprattutto nelle pagine dell’erbario, che esaltano questo libro, così abitabile, quasi camminabile. Di ogni pianta o fiore si danno il nome comune, quello latino, la trascrizione in geroglifico, la descrizione e l’utilizzo. Avete un giardino fra le mani e anche la poesia di un papiro dal villaggio degli artigiani che costruirono le tombe della Valle dei Re e delle Regine. A parlare è un albero: «Ciò che fanno, / l’amata con il suo amato, / [è nascosto dai] miei [rami], / quando sono ebbri di vino e di mosto, / profumati d’olio e d’essenze profumate».

Divina Centore, Faraoni e fiori. La meraviglia dei giardini dell’antico Egitto, il Mulino, pagg. 256, € 18

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