Scenari 2025

Nel gioco della moneta, vecchie abitudini e nuovi concetti digitali

La comunità globale di coloro che si interessano di questioni monetarie e bancarie è nuovamente in subbuglio per l’annuncio da parte dei collaboratori di Elon Musk sì, sempre lui – che sulla piattaforma X (già Twitter) di sua proprietà verrà offerta una applicazione per fare pagamenti, chiamata X Money

(Adobe Stock)

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Ci risiamo. La comunità globale di coloro che si interessano di questioni monetarie e bancarie è nuovamente in subbuglio per l’annuncio da parte dei collaboratori di Elon Musk – sì, sempre lui – che sulla piattaforma X (già Twitter) di sua proprietà verrà offerta una applicazione per fare pagamenti, chiamata X Money. Musk, che già controlla e amministra sei società e si appresta a ricoprire nella nuova amministrazione Usa una funzione equivalente a quella di ministro, e che intanto trova anche il tempo di diventare campione di videogiochi, non è nuovo in questo settore di attività: già a cavallo del secolo, insieme a Peter Thiel, aveva dato origine a PayPal. Ora la carta vincente sarebbe la sinergia con una messaggistica che vanta globalmente oltre 600 milioni di utenti.

La notizia è solo l’ultima di una serie di preannunciate “rivoluzioni” in un settore, quello dei pagamenti, che una volta non faceva notizia ma che dal 2008, anno in cui il fantomatico Satoshi Nakamoto ha creato Bitcoin, è ripetutamente sconvolto da annunci di questo tipo. Altrettanto se non più rumore suscitò nel 2019 l’annuncio che Facebook (oggi Meta) si preparava a lanciare una nuova moneta globale, chiamata Libra. Quel progetto è poi naugfragato, alcuni dicono per l’opposizione delle autorità ma più verosimilmente per l’improvvisazione con cui era stato concepito. Non senza però lasciarsi dietro effetti che sono ancora fra noi. Nel timore di essere rimpiazzate nel loro campo esclusivo di competenza, la moneta, le banche centrali hanno da allora studiato la possibilità di creare una loro moneta digitale, da affiancare da quella tradizionale di carta: un “circolante elettronico”, in inglese central bank digital currency, o CBDC. Questo progetto, di cui la Banca Centrale Europea è poi divenuta uno dei più ardenti sostenitori, va avanti da allora a livello di studio ma nessun paese (a parte la Cina e pochi altri improbabili esempi) ha deciso di passare all’effettiva realizzazione, essendo stati sollevati dubbi sull’effettiva utilità di esso e sui connessi rischi.

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X Money è quindi l’ultimo caso di una serie di iniziative private e pubbliche che si propongono di rivoluzionare il modo in cui paghiamo per le cose che compriamo. Che il sistema dei pagamenti al dettaglio abbia bisogno di essere rivoluzionato è peraltro dubbio: negli ultimi anni ha funzionato bene, mettendo a disposizione della gente mezzi sempre più efficienti, e sicuri e a buon mercato.

Come accade spesso nella moderna comunicazione, il rumore provocato dall’annuncio di X sovrasta e oscura l’informazione utile che viene messa a disposizione, per cui risulta difficile capire in che cosa il nuovo strumento consisterebbe effettivamente. A quanto pare il modello di riferimento sarebbe We Chat, la piattaforma cinese del gruppo Tencent attraverso la quale milioni di utenti, cinesi e non, trasferiscono fondi presso istituzioni di deposito essenzialmente cinesi. Con il beneficio del dubbio – l’informazione sulle cose cinesi non è mai del tutto trasparente – We Chat non è una banca sui generis, ma piuttosto una piattaforma per la movimentazione di fondi collocati nel bilancio di altri soggetti, tipicamente intermediari regolati dal governo cinese. Tale, si può desumere, dovrebbe essere X Money.

Proprio qui sta il punto cruciale. In un libro di prossima pubblicazione (Money in Crisis, Cambridge University Press, aprile 2025) l’economista Daniel Gros e io abbiamo cercato di mettere ordine nel dibattito sulle monete digitali partendo dalle origini storiche e dalle funzioni fondamentali della moneta per arrivare a come le diverse odierne monete digitali si pongono nell’alveo di quella storia e nel realizzare quelle funzioni. Scritto ben prima che super-Elon lanciasse la sua nuova avventura, il libro fornisce però elementi per comprendere anche questo strumento.

La digitalizzazione ha portato vantaggi enormi nel campo dei pagamenti, ma non tutte le monete digitali sono uguali. Va anzitutto capito che già oggi, tutta la moneta creata dalle banche, centrali e commerciali, cioè quasi tutta la moneta che noi deteniamo e movimentiamo – una volta soprattutto con assegni e bonifici, oggi sempre più con applicazioni su dispositivi portatili – è detenuta e scambiata in forma digitale. La sua caratteristica distintiva è che per essa esiste un’infrastruttura sottostante, fatta di conti di deposito presso le banche con le banche centrali, che rende quella moneta affidabile e facile da usare. Il sistema dei pagamenti convenzionale beneficia della sicurezza garantita dalle banche centrali e di un alto grado di efficienza, determinato dal fatto che le banche, pur regolate in molti modi, sono pur sempre istituzioni private che hanno l’incentivo a investire e innovare. Una piccola parte della massa monetaria è costituita da banconote. La moneta di carta sopravvive, anzi, tende a crescere in quasi tutto il mondo, perché essa è pratica, affidabile e “discreta” – cioè garantisce l’assoluta privacy. Essa non necessita di alcuna altra infrastruttura; può funzionare in caso di blackout, hackeraggio o manfunzionamenti che impediscano i collegamenti a internet. Questa robustezza ne fa un buon partner minoritario di un sistema di pagamento tecnologicamente sempre più avanzato ed esposto a rischi sistemici di natura tecnologica e non.

Le criptovalute, nelle loro varie accezioni, appartengono a un mondo diverso; esse non stanno nei bilanci di intermediari regolamentati e non beneficiano quindi di quella infrastruttura sottostante. Esse non potranno mai sostituirsi alla moneta propriamente detta a causa dell’estrema erraticità del loro valore e dell’opacità dei processi che ne determinano la creazione e la circolazione. Le criptovalute rappresentano un’opzione interessante per speculatori – i quali di recente hanno guadagnato, ma in passato avevano perso – e criminali, non per persone che necessitano di una moneta stabile per le esigenze di tutti I giorni.

Cosa ci dice questo sulle prospettive di uno strumento come X Money? Sarà un’opzione analoga e aggiuntiva ad altre che già esistono e funzionano bene, come quelle offerte da Apple, Google e altre società tecnologiche. Dovrà quindi fronteggiare una competizione molto agguerrita. Non è affatto detto che la sinergia con la messaggistica sia una carta vincente – fra l’altro, X occupa solo il quindicesimo posto nella graduatoria mondiale dei social media. In un mondo in cui il numero di smartphones si avvicina a quello delle persone, e ogni smartphone contiene in media due o tre applicazioni di pagamento, il valore aggiunto di ogni nuovo strumento simile è limitato.

È facile prevedere che l’iniziativa X money e soprattutto l’interesse pubblico suscitato dal personaggio Musk aumenteranno le preoccupazioni che le banche centrali già nutrono di essere spiazzate sul loro terreno. Per quelle, probabilmente poche, che decideranno di offrire una propria moneta digitale al dettaglio, la presenza del nuovo formidabile concorrente renderà la sfida ancor più ardua di quanto già non sia.

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