Maternità

Nel Paese 10,4 milioni di madri: un giacimento di competenze ignorate

Il paradosso italiano: donne più istruite degli uomini, ma tenute ai margini del mercato del lavoro e confinate nelle attività di cura non retribuite

di Monica D'Ascenzo e Manuela Perrone

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Ci sono 3,418 milioni di inattivi in Italia che dichiarano di esserlo per «motivi familiari». Di questi, il 96% sono donne. Con inattive tecnicamente si indicano nelle statistiche le persone che non solo non hanno un’occupazione fuori dalle mura domestiche, ma che non ne sono nemmeno alla ricerca. L’aggettivo inattivo, però, è assolutamente una farsa se si guarda alle giornate di molte donne scandite dai lavori domestici e dai compiti di cura.

Un insieme di oneri che, in base all’unica stima Istat disponibile, vale 557 miliardi di euro l’anno, pari al 34% del Pil, con la componente prodotta dalle donne pari a 395 miliardi di euro. Nell’Unione europea, insieme alle rumene, detengono il primato per quantità di tempo speso ogni giorno in attività di cura: cinque ore e due minuti, secondo l’Inapp, mentre gli uomini italiani, insieme ai greci (gli unici a svolgere meno di due ore di lavoro non retribuito), sono il fanalino di coda nella classifica, con due ore e 16 minuti.

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Preparate ma fuori dal mondo del lavoro

Alla mancata considerazione del valore economico del lavoro informale non retribuito si aggiunge lo spreco per il Paese degli investimenti in formazione (il 65,7% delle 25-64enni ha almeno un diploma contro il 60,3% tra gli uomini e le laureate arrivano al 23,5%, contro il 17,1% tra gli uomini) e delle competenze femminili che poi non entrano nel mondo del lavoro. Talenti a cui l’Italia sta rinunciando per l’assenza di una visione strategica che costruisca un Paese in grado di valorizzare pienamente le proprie risorse.

E di emorragia di risorse si può parlare quando si analizzano i dati dell’uscita delle donne dal mondo del lavoro dopo il primo figlio: una neomamma su cinque fa un passo indietro, spessissimo perché i servizi a supporto delle famiglie sono carenti o troppo costosi e pongono i genitori di fronte a una scelta. Pagare un asilo o una babysitter oppure sacrificare il lavoro di uno dei due? Ovvio che a restare a casa sono quasi sempre le donne, perché sono quelle con la busta paga più leggera, dal momento che in Italia la differenza salariale di genere viene calcolata dall’Inps nella misura del 12% annuo, quando si comparano donne e uomini con le stesse caratteristiche individuali e occupazionali e che lavorano all’interno della stessa impresa.

Carenza di servizi

I numeri d’altra parte confermano la penalizzazione che grava sulle donne anche semplicemente quando convivono con un partner: nel 2022 il tasso di occupazione delle 25-49enni era l’80,7% per le donne che vivono da sole, il 74,9% per quelle che vivono in coppia senza figli, e il 58,3% per le madri.Complice il deserto della rete di servizi a supporto: 14 regioni italiane su 20, come testimonia l’Istat, non hanno ancora raggiunto l’obiettivo Ue fissato nel 2010 di avere posti negli asili nido per almeno il 33% dei bambini tra 0 e 3 anni. La percentuale media in Italia è ancora ferma al 28%, contro una media europea ormai volata al 37,9%. In alcune aree del Sud, come Campania, Calabria e Sicilia, la quota scende sotto il 15%. Non rimane che sperare che i cantieri Pnrr mettano il turbo.

L’Ocse, in un rapporto dedicato all’Italia all’inizio del 2024, ha evidenziato come i percorsi di carriera, spesso discontinui, perché interrotti dopo l’arrivo dei figli, o contrassegnati dall’assenza o dalla rinuncia alle opportunità di promozioni, impediscono alle donne italiane di «accumulare capitale umano allo stesso ritmo degli uomini».

Talenti e competenze sprecate

In realtà il capitale umano accumulato dalle donne anche in quello che viene definito «lavoro invisibile» è un giacimento di competenze ignorato e sottovalutato. Una miniera di esperienze, saperi ed energie che potrebbe essere valorizzata con profitto in qualunque organizzazione, pubblica e privata. Fuori dalle mura domestiche.

Gestione del tempo, organizzazione delle priorità, risoluzione dei conflitti, empatia e intelligenza emotiva, lavoro di squadra, comunicazione efficace, capacità decisionale, resilienza in situazione di stress e di crisi,capacità di coinvolgimento e motivazione degli altri. Sono le competenze ricercate sempre dalle organizzazioni e sono esattamente quelle che ogni mamma sviluppa. La genitorialità, secondo la letteratura scientifica, potenzia il cervello materno, non solo quando si tratta di accudire il bambino, ma anche quando occorre affrontare con più efficienza il mondo esterno.

I pregiudizi contro le mamme

Eppure la “child penalty”, come viene definita dagli anglosassoni, è una realtà e gli avvenimenti di cronaca ogni tanto ce lo ricordano. Come nel caso della ventenne di Nuoro che nel febbraio scorso ha raccontato: «Sono stata costretta a fare un test di gravidanza sul posto di lavoro, davanti a colleghi maschi. Un mese più tardi mi hanno licenziato perché sono incinta». Episodi che raccontano di un contesto sociale che continua a non considerare la maternità un valore, ma piuttosto un fastidio, un impedimento, un problema.

Gli stereotipi e i pregiudizi nei confronti delle madri sopravvivono e questo porta le organizzazioni ancora a fare differenze fin dalle assunzioni. L’articolo 27 del Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna non lascia spazio a dubbi: durante un colloquio di lavoro non si possono mai chiedere informazioni sullo stato civile, sulla presenza o meno di figli in famiglia, sulla volontà di averne. Eppure l’abitudine di violare questo divieto sopravvive. La conseguenza è porre le più giovani subito davanti alla consapevolezza che arriverà, prima o poi, il momento in cui dovranno scegliere.

La libertà di scegliere

Nel Paese che vuole trovare la via per uscire dall’inverno demografico non si può più ignorare la necessità di un cambiamento culturale profondo a tutti i livelli della società. Se il modello con cui le figlie crescono, infatti, è quello di madri affaticate, sacrificate, schiacciate tra il tentativo di una realizzazione professionale, che spesso non arriva, e una mole di lavori di cura doppia rispetto ai compagni di vita, non stupisce poi che l’obiettivo di diventare mamme non rientri tra le loro priorità.

Da una ricerca del 2024 dell’Istituto Toniolo su un campione di 7mila donne di età compresa tra i 18 e i 34 anni, emerge infatti che il 21% dichiara apertamente di non volere figli e il 29% riconosce di essere «debolmente interessata» alla maternità. Se si sommano le due percentuali si arriva al 50% della popolazione femminile intervistata che potrebbe decidere, per scelta personale, di non essere madre mai. È ora di creare le condizioni perché si possa liberamente scegliere non solo di non avere figli, ma anche di averne. Senza penalità.

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