Crescita e competitività

Nell’era dell’intelligenza artificiale non c’è l’uomo solo al comando

Servono politiche industriali incisive che agevolino lo sviluppo dimensionale delle aziende

(Adobe Stock)

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Nel nostro paese le piccole imprese (quelle con meno di 50 addetti) rappresentano il 98% del totale. In base ad una recente indagine McKinsey queste imprese occupano il 62% della forza lavoro (14 punti in più rispetto alla media delle economie avanzate) e producono il 45% del valore aggiunto (11 punti in più rispetto alla media delle economie sviluppate). La produttività delle piccole imprese italiane è, in media, pari a circa il 47% di quella delle imprese maggiormente dimensionate (13 punti in meno rispetto alla media delle economie avanzate).

Tratti tipici della piccola impresa sono l’elevato grado di sovrapposizione tra vertice imprenditoriale (quasi sempre formato da una o da due figure chiave) e proprietà ed un forte accentramento nelle mani dell’imprenditore delle decisioni strategiche e gestionali.

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In base a una recente ricerca dell’Università di Firenze su un campione di 1100 piccole imprese manifatturiere, la capacità di competere delle nostre aziende risulta frenata proprio da un insufficiente ricorso alla delega delle decisioni relative al controllo di gestione (79% dei casi), alla finanza (78%), alle operations (71%) e al marketing (69%).

La ridotta dimensione e la natura fortemente “personale” del modello di governance (che caratterizzano la grande maggioranza delle nostre imprese) pesano oggi sulla competitività del sistema paese in misura maggiore rispetto al passato. Globalizzazione, nuova normalità dell’incertezza, rivoluzione digitale e sviluppo esponenziale delle tecnologie del machine learning e dell’intelligenza artificiale hanno infatti fatto crescere in misura rilevante la massa critica di investimenti in ricerca e sviluppo, marketing e distribuzione che l’impresa deve effettuare per restare competitiva su scala internazionale. In altre parole, le economie di scala e di scopo relative alle attività di innovazione e di marketing si aggiungono oggi a quelle produttive e rendono non più differibile un processo di crescita della dimensione aziendale.

In base alla ricerca sopra citata le trattative avviate per cedere quote del capitale delle piccole e medie imprese a potenziali partner finanziari o industriali di maggiori dimensioni non vanno a buon fine non per mancanza di un adeguato razionale industriale ma perché l’imprenditore non accetta di cedere la maggioranza del capitale (37% dei casi) e/o perché la mancanza di una management autonomo rispetto allo stesso imprenditore rende le sorti dell’impresa troppo dipendenti da una sola persona e, quindi, l’investimento troppo rischioso per l’investitore esterno (34%).

Servono quindi certamente politiche industriali incisive, che agevolino lo sviluppo dimensionale delle aziende, tra le quali assumono peso centrale quelle mirate allo sviluppo di un efficiente mercato degli investimenti nel capitale di rischio da parte di operatori specializzati. Allo stesso tempo serve però anche un salto di qualità a livello di cultura imprenditoriale, che consenta il superamento del modello dell’uomo solo al comando, orienti l’imprenditore verso una maggior apertura all’ingresso di nuovi soci finanziari e industriali, anche di maggioranza, e stimoli l’evoluzione dei modelli di governance nella direzione dell’inserimento nel cda di amministratori indipendenti e dell’assunzione di manager professionisti, indipendenti ed esterni alla famiglia proprietaria. A questo proposito è fondamentale che anche il sistema della formazione manageriale, in particolare quella universitaria, faccia la sua parte, mettendo le nuove generazioni di imprenditori in grado di comprendere e vincere queste sfide.

Il “made in Italy” nel mondo è sinonimo di qualità superiore, esclusività e creatività ed il potenziale di scalabilità industriale dei modelli di business delle nostre imprese resta molto elevato. Il fatto nuovo è che lo sfruttamento di tale potenziale rappresenta oggi una necessità non più rimandabile se vogliamo difendere la competitività del sistema paese.

Professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, Università degli Studi di Firenze

francesco.ciampi@unifi.it

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