Nelle imprese pubbliche pluralismo da salvaguardare
Un’enorme rilevanza dovrebbe essere attribuita alla necessità di prevedere un limite ai mandati dei componenti gli organi aziendali
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In un recente intervento, ho evidenziato come la paura sia un sentimento che anche i cosiddetti «uomini d’oro» provano nei confronti di una politica aggressiva e, per tanti versi, irrispettosa delle sfere di competenza altrui e del basilare principio democratico della separazione dei poteri. E’ un trend preoccupante, perché minore è il grado di democrazia vera in un Paese, maggiore è il restringimento dei confini della libertà di fare impresa e di competere liberamente sul mercato e, inoltre, più forti sono le spinte verso i comportamenti meno virtuosi, spesso sfocianti in pratiche corruttive.
Anche per questo è importante tenere distinte le sfere dell’economia e della politica e, nell’ambito di quest’ultima, è fondamentale non annacquare le differenze di ruoli e competenze tra i “poteri”, ciascuno dei quali trova, nelle tipiche competenze dell’altro, i propri limiti.
Nei rapporti tra economia e politica molto si discute su quale sia il giusto grado di regolamentazione che lo «Stato» può prevedere, mentre si riflette incredibilmente poco sui problemi indotti dallo “Stato” che si fa esso stesso imprenditore, dando vita a una commistione di ruoli che, anche in campo economico, denota un molto rivedibile senso istituzionale della democrazia praticata.
Questa commistione di ruoli trova solo raramente ragioni economiche che ne sostengano l’esistenza, perché, a fronte di una libera e competitiva economia di mercato, vi sono imprese pubbliche che rispondono anche a finalità diverse da quelle economiche e che si rivelano, spesso, perniciose.
Nel mondo delle imprese pubbliche (le cd “partecipate”), infatti, il momento di maggiore suspense è certamente quello delle nomine delle posizioni di vertice, in cui annualmente si assiste all’affermazione delle consonanze con chi, in quel momento, incarna l’Istituzione “azionista” di riferimento.

