Dopo l’«incidente» del razzo di SpaceX

New Glenn di Bezos contro Starship di Musk: sfida di tecnologie ma anche di dollari

di Leopoldo Benacchio

Il razzo New Glenn di Blue Origin decolla dal Complesso di Lancio 36 della Stazione Spaziale di Cape Canaveral. (AP Photo/John Raoux)

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New Glenn, il razzo di Amazon, lunedì scorso decolla ed entra in orbita, ma non recupera il primo stadio, diciamo un successo all’80 %. Starship, il razzo di SpaceX, giunto al settimo lancio decolla, recupera in modo tanto perfetto quanto scenico il primo stadio ma il secondo, che poi è la navetta Starship, esplode e ricade sulla Terra in un diluvio di piccoli frammenti incandescenti, a esser buoni diciamo successo al 50%. Sullo sfondo la rincorsa alla Luna e, prima, un succoso contratto, 5,6 miliardi, con il Pentagono americano. La corsa sarà fra loro due e forse il Vulcan di Boeing, dato che l’Europa è fuori gioco al momento coi lanciatori pesanti.

Sembrerebbe facile fare il confronto fra i due razzi, e fra i due magnati, ma i due imponenti vettori e soprattutto i due metodi di lavoro non potrebbero essere più diversi.

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New Glenn, un vettore da 98 metri

New Glenn, frutto del lavoro di Blue Origin, l’impresa formata allo scopo da Jeff Bezos, patron di Amazon, è decollato perfettamente, ha staccato la navetta che è entrata in un’orbita parecchio ellittica, 2400 chilometri il punto più vicino alla Terra, 19.300 quello più lontano. Bene quindi, ma il primo stadio, che doveva tornare a terra si è invece decisamente perso, ed è grave dato che Il mantra, oggi, è avere vettori riutilizzabili, almeno per il primo stadio, per ridurre i costi di un fattore 20, o più, rispetto alle tecniche di lancio convenzionali, che prevedono di avere il primo stadio a perdere.

New Glenn è un vettore imponente: 98 metri di altezza, come un piccolo grattacielo di 30 piani, può portare in orbita 45 tonnellate di carico utile. Particolare interessante è che, come combustibile, usa una miscela di metano, molto meno inquinante dei carburanti consueti. Se stiamo ai risultati con questo primo lancio ha mostrato di aver risolto tutti i problemi inerenti lancio e inserimento in orbita: resta il non banale problema del recupero del primo stadio, essenziale per rendere competitivo il progetto complessivo: la stima è riutilizzare almeno 25 volte quello stadio, dopo opportune verifiche. Sembra un numero veramente molto alto.

Come metodo di lavoro Bezos sembra aver adottato lo stile Nasa, orgogliosa del suo motto dei tempi del programma Apollo: “Failure is not an option”, il fallimento non è un’opzione contemplata. E infatti New Glenn è stato lanciato al primo tentativo, senza prove parziali come spesso si fa, un bel fegato dal punto di vista ingegneristico, ma il tutto è costato un ritardo di qualche anno sulle tempistiche iniziali e, comunque vada, ora il distacco con SpaceX è notevole, basta pensare che lo scorso anno sono stati 140 i lanci, tutti perfetti, di Falcon9, il più piccolo dei vettori di Elon Musk.

Il metodo «si impara dagli errori» di SpaceX

SpaceX invece adotta un metodo di sviluppo agli antipodi: provo, sbaglio, imparo dagli errori, mi correggo e riprovo. Molto magnificato come metodo vicino a quello usato normalmente dalla scienza sperimentale, ha portato a grandi successi per Musk, che oramai domina senza problemi il mercato, ma con gli altri due suoi vettori, Falcon 9 e Falcon Heavy. Sono tutt’altra cosa, comunque, rispetto al gigantesco Starship, 121 metri almeno di altezza, un primo stadio, riutilizzabile di 72 metri, con 33 motori Raptor, potentissimi, che viene ripreso al volo quando torna alla base di lancio come un cagnolino che torna dalla passeggiata, roba da fantascienza. L’alimentazione è anche lui con metano, miscelato a ossigeno.

Il secondo stadio invece, 50 metri di lunghezza, con 6 motori Raptor, è la navetta vera e propria che porta un carico utile di ben 150 tonnellate in orbita bassa. Servirà anche per lanciare molti satelliti di Starlink ogni volta, oltre a carichi di ogni genere e di ogni cliente di SpaceX.

Il secondo stadio è la pedina chiave per Musk per ridurre ulteriormente i costi per chilo in campo spaziale, pare fino a 100-150 dollari, un numero incredibile fino a pochi anni fa quando si parlava, di almeno 100 volte tanto. Il vero obiettivo di Musk comunque è prima la Luna, che a lui interessa poco pare, ma che frutterà centinaia di voli all’anno e tanti soldi per seguire la sua benevola mania di portare su Marte un milione di terrestri, per far diventare quella umana la prima specie interplanetaria. Per questo la navetta è prevista in varie versioni, al momento anche come lander lunare che arriverà nel nostro satellite nell’ambito del vasto progetto Nasa Artemis. Da quella scenderà probabilmente la prima donna a mettere piede sulla Luna.

Imparare dai propri errori è un gran metodo, ma il fallimento di oggi impone un ripensamento serio.

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