Non solo Prosek, vino italiano nel mirino: a rischio i fondi Ue per l’export
Documenti di Oms e Ue equiparano l’abuso di alcol al consumo moderato della dieta mediterranea. Albiera Antinori: rischio di un nuovo caso Nutriscore
di Giorgio dell'Orefice
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I punti chiave
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A leggere le cronache si potrebbe immaginare che i problemi del vino italiano siano legati al Prosek croato. Tema da non sottovalutare, anche se in realtà all’orizzonte c’è molto di più con provvedimenti che potrebbero mettere a breve in discussione le risorse Ue per la promozione all’estero del vino e nel medio periodo presagire a una vera e propria tempesta perfetta fatta di nuove imposizioni fiscali, vincoli e divieti al consumo.
I documenti che mettono sotto accusa il vino
Una prospettiva che ruota innanzitutto attorno a due documenti: la Global strategy on alcholics dell’Organizzazione mondiale della Sanità e, a seguire, il piano d’azione European beating cancer plan. Misure sulle quali sia l’Oms che gli uffici della Commissione mesi fa avevano assunto l’impegno a distinguere in maniera chiara tra abuso di alcol e normale consumo. Una separazione che avrebbe potuto limitare i danni per il vino, prodotto che rientra nello stile di vita di molti Paesi europei che ne prevedono un consumo moderato, legato ai pasti e alla convivialità. Ma dei distinguo promessi non c’è traccia e il tempo stringe.
A partire dal prossimo 8 ottobre è previsto infatti un periodo di consultazione di un mese sulla Strategia Oms anti alcol nel corso del quale i governi dei singoli Paesi possono presentare le proprie osservazioni. «Il nostro timore – spiega Albiera Antinori, presidente del Gruppo Vini di Federvini – è che qualora non venissero richieste sostanziali modifiche all’impostazione Oms questa strategia potrebbe essere usata come leva per eliminare ogni riferimento alla possibilità di un consumo moderato di vino, in linea con la nostra cultura e tradizione. La sensazione inoltre è che, non dando il giusto peso a questi documenti, finiremmo con un nuovo “caso Nutriscore”, ovvero un nuovo scenario demonizzante per il made in Italy agroalimentare. Ovviamente l’export sarebbe particolarmente danneggiato, poiché subirebbe pesanti limitazioni nella promozione dei nostri vini».
Fondi per la promozione a rischio
Le conseguenze di questo percorso sono infatti tutt’altro che remote. La prima misura a rischiare è quella della promozione dei consumi di vino all’estero. Un budget che per l’Italia vale oltre 100 milioni di euro l’anno e che dal 2009 – anno della sua introduzione – ha consentito di investire quasi 1,5 miliardi di euro di risorse Ue per promuovere il consumo di vino nei paesi Terzi. Iniziative che hanno trainato l’export di vino made in Italy passato da un fatturato di 4 miliardi nel 2010 ai 6,47 dello scorso anno (+59%).
A Bruxelles però la pensano diversamente. «Riteniamo sia difficile salvaguardare un budget promozione dedicato a un prodotto alcolico come il vino – hanno spiegato all’Unità vino della Commissione Ue – nel momento venga riconosciuta la dannosità per la salute dell’alcol. Inoltre, il vino è l’unico settore agricolo che ha beneficiato, dal 2009, di una dotazione finanziaria specifica per la promozione (gli altri prodotti dispongono di risorse ma solo in coabitazione). Un budget che ha funzionato a giudicare dalla crescita delle esportazioni europee. Il vino italiano in particolare è riuscito a limitare i danni sul fronte export persino nell’anno della pandemia per ripartire con le riaperture con tassi di crescita a due cifre. Forse non ha più bisogno di questi fondi, è bene che dopo il 2023 se ne riparli».


