Ok al «team building», ma facciamo attenzione anche alle organizzazioni
di Massimo Targa *
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Prima, camminate su carboni ardenti, orienteering, corde alte, rafting e vela, rugby e softair. Poi, percussioni musicali, danza, canto e arti marziali. Ora, zen training, yoga e love management. Insomma, dopo aver letto, in un articolo di un noto quotidiano nazionale, di una ventina di manager della Silicon Valley convinti a nuotare tra gli squali dell’acquario di Monterey in California, si potrebbe dire «di tutto di più»è la deriva dei Team Building aziendali, bellezza!
Eh sì, perché, non c’è azienda che, per ri-motivare, ri-ingaggiare, ri-allineare, ri-formare le proprie persone, non si sia lasciata prendere la mano quanto a metafore formative. E fin qui, non ci sarebbe nulla di male – del resto lo stesso Marshall McLuhan diceva che «l’apprendimento deve essere divertente e il divertimento deve essere educativo» – tuttavia sarebbe quanto meno opportuno chiedersi se tali esperienze formative siano sempre utili, efficaci, mirate e necessarie.
La sensazione è che da un po' di anni a questa parte in azienda si sia alla ricerca sfrenata della novità, con l’unico obiettivo di sorprendere, per la serie: «famolo strano!», a tutti i costi. I vizi di questo approccio alla formazione sono gli stessi per cui si è lasciata alle spalle quella più tradizionale: il solo focus sono le singole persone, peccato che l’organizzazione, i processi e la qualità del sistema rimangano inalterate. Il giorno dopo il «grande gioco», le persone tornano in azienda e ritrovano la stessa organizzazione e la stessa cultura di prima: l’eventuale miglioramento è lasciato alla buona volontà delle persone in un contesto dove spesso tutto, purtroppo, è pensato per la conservazione.
Caratterizzata da un approccio in cui la metafora formativa (possibilmente piacevole) è vista come un fine dell’intervento di sviluppo, l’esperienza formativa - team building inclusi - rimane un’isola di evasione che non muta l’organizzazione, non stimola il piacere ad innovare né processi, né prodotti e servizi, né esperienze per il cliente: in ultima analisi, non sviluppa capitale intellettuale. Al contrario, tali metafore risultano fertili ad una sola condizione: che non siano auto-esplicative e che, pertanto, costituiscano il mezzo per un nuovo modo di apprendere per le persone e per le aziende.
La stretta interrelazione tra il nuovo scenario di mercato (fatto di trend economici, sociali, artistici e culturali) e le imprese è sempre più speculare ai vissuti quotidiani delle persone all'interno dello stesso scenario. Questo nuovo frame, questo ambiente più aperto e fluido in cui le aziende si trovano a competere, è lo stesso in cui le persone vivono, ogni giorno, fuori dal perimetro organizzativo: nuove sperimentazioni, nuove consapevolezze e nuovi saperi, fruendo e costruendo realtà.

