Giustizia e Lavoro

Open Fiber verso il bis del piano di reinserimento nei cantieri della fibra ottica

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Prima la formazione in carcere poi il lavoro sul campo, all’insegna della tecnologia e dell’innovazione digitale e in nome della connessione ultraveloce.

Sono gli elementi che hanno caratterizzato il progetto pilota, per cui è in corso di valutazione una eventuale riproposizione, portato avanti da Open Fiber al carcere di Rebibbia a Roma.

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Si tratta dell’iniziativa nata in seguito all’adesione, da parte dell’azienda, al Programma Lavoro Carcerario, progetto innovativo di collaborazione tra privato e pubblico, promosso dai ministeri della Giustizia e dell’allora ministero dell’Innovazione Tecnologica e Transizione Digitale (oggi Dipartimento per la Trasformazione Digitale). Un piano definito “importante” che oltre a garantire la presenza di «lavoratori adeguatamente preparati», ha l’obiettivo di assicurare alle detenute e ai detenuti una preparazione specifica e “di alto livello” che potrà essere spesa anche in futuro, una volta lasciato il carcere.

L’azienda, nata per realizzare un’infrastruttura di rete a banda ultralarga in fibra ottica in tutto il Paese al fine di garantire la copertura delle principali città italiane e il collegamento delle aree rurali, a Rebibbia ha portato avanti il progetto che ha interessato 15 detenuti che, dopo aver superato le selezioni, hanno seguito un percorso di formazione di 160 ore all’interno di un laboratorio «appositamente allestito» negli spazi interni della struttura detentiva.

«In Open Fiber – sottolinea Romina Chirichilli, direttore personale e organizzazione Open Fiber – abbiamo sempre investito moltissimo nella formazione. A maggior ragione se questa può essere uno strumento per promuovere il reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale nell’ottica della funzione rieducativa della pena, come previsto dalla nostra Costituzione. Per questo motivo, abbiamo aderito con convinzione al Programma Lavoro Carcerario accogliendo l’iniziativa dei Ministeri della Giustizia e dell’Innovazione Tecnologica».

L’attività di formazione ha previsto una parte di didattica teorica che ha spaziato dalle conoscenze generali relative alle reti in fibra ottica a quelle propedeutiche allo «svolgimento di operazioni di costruzione e collaudo delle infrastrutture, di esercizio e manutenzione della rete di trasporto e di accesso di Open Fiber». A seguire anche una parte di formazione pratica in laboratorio attraverso esercitazioni simulate con attrezzature specifiche su lavori particolarmente delicati che hanno riguardato la giunzione e installazione dei sistemi.

In una fase successiva, e dopo quella che è stata definita una ulteriore scrematura, c’è stata l’individuazione di 3 detenuti che sono stati assunti dal consorzio Open Fiber Network Solution con contratto Tlc e impiegati sui cantieri di Monterotondo (Roma) per circa 6 mesi.

«Il progetto è stato realizzato grazie all’impegno e alla capacità di fare sinergia di tutti gli attori coinvolti e al forte coinvolgimento dei ragazzi che, pur essendo in carcere – argomenta ancora il direttore Roberta Chirichilli – hanno potuto ricevere una formazione tecnica grazie alla quale avranno una seconda chance per trovare impiego in un settore, quello delle telecomunicazioni, che sconta peraltro una forte carenza di manodopera».

Figure particolarmente ricercate dal mercato del lavoro, come sottolinea ancora Chirichilli. «Mi riferisco a giuntisti, posatori di fibra ottica ma anche responsabili dei cantieri, figure necessarie per lo sviluppo delle infrastrutture in fibra ottica per le quali, secondo le stime del settore, si registra una carenza di circa 10mila lavoratori – continua –. Valenza sociale e impegno sul fronte della formazione, nel quadro di una visione del Paese che punta a una vera trasformazione digitale, sono due pilastri dell’operato di Open Fiber».

C’è poi la prospettiva, perché le finalità del progetto non si esauriscono con la fine della formazione o quando scade il contratto dei detenuti. Le competenze acquisite possono essere impiegate e spese anche una volta espiata la pena e varcato il cancello del carcere. L’attività, oltre a «garantire la presenza di lavoratori adeguatamente preparati», ha l’obiettivo di fornire «detenute e detenuti un’opportunità lavorativa remunerata, nonché la possibilità di imparare un mestiere che sarà altamente richiesto nei prossimi anni».

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