Ora la sfida del doppio zero: azzerare l’inquinamento e le morti lungo le strade
di Ennio Cascetta
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Nel settembre 1924 veniva inaugurato il tronco Milano Varese dell’autostrada dei laghi, oggi A8. Fu la prima autostrada italiana e, secondo gli studiosi, la prima al mondo. Un secolo, con la velocità di innovazione della tecnologia moderna, è un’era. Tutto è cambiato qualitativamente e quantitativamente in questi 100 anni. Nel 1924 i veicoli circolanti in Italia erano poco più di 50mila, oggi 45 milioni.
Le trasformazioni economiche e sociali seguite allo sviluppo della mobilità stradale hanno riguardato tutto il mondo e sono state tanto profonde che, nella storia dei trasporti, sono indicate come la quinta rivoluzione: quella conseguente alla innovazione tecnologica dei motori a combustione interna.
L’impatto della mobilità su gomma è stato fondante per l’economia e la società italiane del dopoguerra e le autostrade ne sono la struttura portante. Oggi in Italia, piaccia o no, l’89% dei chilometri percorsi dalle persone con un mezzo di trasporto avviene su strada, l’84% per le merci. L’Italia è il primo Paese europeo a dotarsi di una diffusa rete autostradale: alla fine degli anni Settanta la rete era l’85% di quella attuale, a fronte di percentuali molto inferiori di Germania, Francia e Spagna. Questa rete, con il vero miracolo dell’autostrada del Sole che univa nord e sud con 800 chilometri costruiti in soli 8 anni, ha inciso profondamente sugli insediamenti del nostro territorio. Basti pensare che l’80% delle attività produttive oggi si trova a meno di 20 chilometri da un casello autostradale.
La rete si è sviluppata in modo da servire l’intero Paese, anche dove le condizioni di traffico e convenienza economica sussistevano a stento. Per decenni il modello di sviluppo delle autostrade italiane è stato unico al mondo, sia per il meccanismo di partenariato pubblico-privato nel quale le tariffe sulle tratte più trafficate hanno consentito di sviluppare una rete “equa”, sia per la qualità tecnica delle infrastrutture stesse, con il territorio orograficamente più complesso d’Europa. La rete autostradale ha un valore economico difficilmente quantificabile. Il solo costo di ricostruzione, ammesso che ciò sia possibile, è di oltre 1.200 miliardi di euro, oltre il 60% del Pil nazionale. Oggi il futuro delle autostrade e, più in generale, del trasporto su gomma deve affrontare nuove sfide.
La rivoluzione del motore a combustione interna, come tutte le rivoluzioni, ha anche avuto conseguenze non desiderabili che cent’anni fa non potevano essere previste. In Italia il settore dei trasporti è il primo in termini di emissioni di gas clima-alteranti e la gran parte è causato proprio dal trasporto stradale. L’Ue ha approvato il programma Fit for 55 che prevede azioni concrete e obiettivi impegnativi di riduzione delle emissioni clima-alteranti per il 2030, e la neutralità carbonica per il 2050. Dalle analisi basate sui dati la riduzione del 43% della CO2 richiesta all’Italia per il 2030 non potrà essere raggiunta neanche nelle ipotesi più favorevoli di diffusione della mobilità elettrica e di riequilibrio modale verso il trasporto su ferro. Per questo occorre fare di più. Nel medio periodo: l’elettrificazione soprattutto per le auto; la diffusione dei biocombustibili, soprattutto per i veicoli pesanti e comportamenti di mobilità e di acquisto più consapevoli. In una fase successiva l’idrogeno potrà dare un altro contributo.

